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Oltre la subalternità

Scritto da PCI Fed. Brescia.

di Lamberto Lombardi, Segretario Federazione PCI Brescia

La situazione politica che caratterizza la sinistra di questo avvio di secolo è del tutto inedita.

Lo smantellamento delle postazioni del PCI a seguito della caduta del Muro di Berlino si è rivelata frettolosa quando non addirittura liberatoria per un ampio settore di quel gruppo dirigente. Il venir meno, grandioso anche se parziale, dei riferimenti alternativi all’esistente capitalistico ha dato il via ad una dismissione non solo del patrimonio ideologico ma anche della funzione stessa di quella rappresentanza di classe che diremmo fisiologica, adducendo una supposta e provvidenziale scomparsa della classe operaia stessa.

Venticinque anni di esperimenti e di ricollocazioni tra abiure più o meno velate e critiche parossistiche fatte nella convinzione che tutto fosse da rifare visti gli esiti, hanno determinato, nei fatti, una vacanza di ruolo.

L’intervenuto cambio di regime democratico, da proporzionalistico a maggioritario, ha fatto il resto costringendo tutte le formazioni residue ad una sterzata istituzionalistica più o meno accentuata, vista la patologica dipendenza economica dei Partiti dalla presenza in Parlamento. E conseguentemente non si è vista altra via, per le residue sigle dei lavoratori, che accreditarsi presso le formazioni di maggioranza, perdendo progressivamente identità nella ricerca della ‘compatibilità’ con esse e della cosiddetta affidabilità .

Sul corpo complessivo del Paese il venir meno dell’unica forza di contenimento degli appetiti mai sazi della borghesia parassitaria ha generato, da un lato, un’esplosione di corruttela e di cinismo politico che ha portato al quadruplicarsi della corruzione a partire dalla pur fragorosa situazione disvelata con il processo cosiddetto di Mani Pulite. Dall’altro alla contrazione dei diritti legati al lavoro con una riduzione sostanziosa e sostanziale sia dei salari diretti, ovvero quelli in busta paga, che di quelli indiretti (gratuità di scuola, sanità, casa, trasporti). Persino il prelievo fiscale si concentrava sui salari con l’aumento delle imposte indirette e di quelle che chiameremmo imposte indirette estorte, ovvero la corruzione che si sostanzia nel drenare ricchezza dallo Stato verso i ceti parassitari.

Non deve sorprendere che si possa vedere in questo quadro i segni del venir meno della tenuta della democrazia stessa tra disaffezione al voto e rigurgiti reazionari.

Affacciandoci a questo panorama col distacco di chi lo osserva per la prima volta ci sorprende il formarsi di quelle che però Gramsci già conosceva e chiamava rivolte spontanee, quelle che recano in sé il germe della presa di coscienza ma non hanno lo strumentario analitico e la direzione politica che le sottragga alla subalternità. Rivolte che sino a cento anni fa erano tipiche delle classi contadine, oggi lo sono delle schiere giovanili e non, e ci avvertono dell’affacciarsi di nuove classi, o di classi diversamente composite, sulla scena politico-sociale.

E’, con tutta evidenza, il quadro rappresentato dal Movimento a 5 stelle, rivolta con le caratteristiche tipiche di spontaneità e fideismo che il Gramsci attribuisce alle rivolte dei subalterni, rivolta che si nutre della contrapposizione radicale al parassitismo istituzionalizzato, indirizzandosi prevalentemente e ingenuamente contro la sola casta politica. Ma questa caratterizzazione che da un lato evita al Movimento la classificazione intuita come mortale, quella dell’essere di destra o di sinistra, dall’altro ne definisce la subalternità di lungo periodo, venendo a mancare un progetto autonomo di società, non volendo o non sapendo districarsi tra la complessità delle responsabilità oggettive di classi dominanti, ben più ampie e condizionanti della casta politica, e la complessità degli sfruttamenti, dei diritti e dei ruoli negati che identificano, volenti o nolenti, altre precise classi sociali. Mancano così, in quel programma, cenni a temi spinosi ma qualificanti, come sanità, istruzione, pensioni, salari giungendo solo alla proposta del reddito di cittadinanza, proposta non casuale se pensiamo che consegnerebbe per sempre e per legge milioni di cittadini alla subalternità economica e politica.

Giungiamo così a ricostruire nell’oggi due delle principali forme di subalternità intese da Gramsci: quella dei ceti subalterni che si ribellano ma sono privi di una direzione politica adeguata e quella dei gruppi dirigenti, quelli della ‘sinistra’, che, senza troppi patemi,   sono subalterni di fatto ad altra cultura e dirigenza politica per motivi storici, tattici, contingenti ma pur sempre subalterni.

Affrancarsi da questa situazione complessiva individuando un percorso che sia segnato dalla autonoma capacità di elaborare e di definire orizzonti diversi è impresa assai complessa e segnata dall’isolamento iniziale: la sinistra subalterna non riconoscerà mai di esserlo mentre al tempo stesso rifugge l’autonomia come quella pratica che la sottrae ai dividendi consentiti dall’adesione al pensiero unico. All’opposto le classi ormai subalterne hanno all’attivo lunghe e dolorose esperienze dell’ inconcludenza di questi gruppi dirigenti radicali a parole e non autonomi di fatto e manifestano ormai una profonda diffidenza, quando non si ricollocano a destra abbracciando la cultura della subalternità tradizionale, quella della lotta tra poveri e del razzismo .

In definitiva, come le categorie gramsciane della analisi politica e sociale, come le sue speranze di progressività per la storia a venire  poggiano su degli strumenti insostituibili quali la forma Partito e l’analisi di classe, la palese crisi della politica si manifesta e si può leggere nella disciplinata e trasversale assunzione di dogmi di segno opposto: il male assoluto sono i Partiti e le classi non esistono più.

Se si vuole, che le classi esistano possiamo ritenerlo chiaramente dimostrato dal fatto che quel qualcuno che mette in giro e determina questi dogmi lo fa in modo egemonico ed  è dunque certamente una classe. Diversamente rifiutare l’esistenza di classi e quindi anche di classi egemoni può far ritenere che questi dogmi siano simpatiche deduzioni di creativi illustri e divenute vox populi.

La Costituzione stessa si avvaleva di quegli ingredienti fondamentali indicati dal grande sardo, ingredienti senza i quali essa non avrebbe avuto modo di dispiegare il suo potenziale di progressività e senza il quale oggi si fatica a reinterpretarla.

Riscopriamo che i ruoli assegnati col lavoro sono la premessa necessaria per esercitare la funzione democratica di cittadinanza: chi non conta niente sul luogo di lavoro non conta nulla nella società, a maggior ragione se manca il lavoro stesso.  Sperare così che la Costituzione minata nelle sue fondamenta possa, solo perché ci piace, esercitare a lungo una funzione di contenimento ci pare essere utopia.

  Esclusi dunque i cardini di una visione autonoma si pretenderebbe oggi di agire l’esistente per altre vie, lavorando di creatività sulle ingegnerie istituzionali piuttosto che su quelle delle alleanze,  rincorrendo la chimerica unità delle sinistre come opzione dei buoni sentimenti, magari per inseguire la partecipazione pura e semplice in movimenti o associazioni che pullulano a formare la società civile, senza nulla incidere sulla qualità delle relazioni economiche, senza incidere sul malessere sociale, lasciandoci infine insoddisfatti della politica e rassegnati.

Senza classi e Partito alla ‘sinistra’, da un lato, e alle rivolte, dall’altro lato, non restano che i valori del politicamente corretto, dai diritti individuali all’ambiente, dall’onestà alla democrazia alla felicità, come dire il moderno decalogo della subalternità.

Per accorgersi poi con sconcerto che questa democrazia si basa su leggi elettorali che escludono i poveri, che gli omosessuali dopo aver conquistato il diritto a sposarsi poi vengono licenziati sul lavoro come e più di prima, che la corruzione è scritta dentro il concetto sacralizzato di proprietà privata, che la felicità può essere quella dei polli in batteria, comunque felici, in quanto polli, del mezzo metro quadro e dei cinque grani messi a loro disposizione. E che la sinistra moderna è una creazione di gente come Soros che fa miliardi di dollari sulle rivolte indirizzandola e indirizzandole trionfalmente verso un orizzonte di accettazione dei conflitti eterodiretti.

In fondo non fu proprio la Seconda Guerra mondiale il prezzo altissimo che si pagò per vent’anni di subalternità, e la Resistenza il drammatico riscatto?

 Escludendo la sfortuna come elemento di analisi, si impone un percorso inverso che si presenta, come dicevamo, arduo.

La categoria gramsciana della subalternità si è dilatata nell’oggi sino a divenire paradigma collettivo al punto che scoprirci subalterni è in sé opera difficile, e asportare chirurgicamente i lacciuoli della sudditanza è operazione spesso crudele presso chi da sempre è stato allevato nel mito della propria acuta e insindacabile autonomia di giudizio.

La strada intrapresa necessita rigore nel tenere le posizioni, ben al di là della necessità di essere ben compresi e capiti, ma piuttosto per la necessità di costruire da subito una linea e una struttura politica, un Partito, coerente e solido a prescindere dalle dimensioni. Invertendo l’ordine delle priorità, prima l’autonomia e poi le relazioni. O questo lavoro lo faranno altri.

M. Alboresi, segretario del PCI sulla censura al Brancaccio: "Le motivazioni di Falcone sono per noi inaccettabili"

Scritto da PCI Fed. Brescia.

Teatro Brancaccio, Roma. E' andato in scena ieri l'incontro di varie componenti che avevano accolto l'invito della "società civile" per una nuova ricerca di unità a sinistra. La giurista Falcone, protagonista con lo storico dell'arte Montanari dell'iniziativa, ha deciso di non far parlare durante i lavori dell'Assemblea il segretario del Pci. E la motivazione, abbastanza singolare, è così sintetizzabile: ha già parlato Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista. Sull'iniziativa in sè del Brancaccio non abbiamo molto da aggiungere a quello che abbiamo già pubblicato nei giorni precedenti. Trattasi, in estrema sintesi, dell'apripista di "Campo progressista" di Pisapia e dagli ex Pd.... per creare un nuovo Pd.
Manuela Palermi, presidente del Pci, ha scritto una nota molto critica in cui dichiara: “Quando qualcuno non ti permette di parlare, vuol dire che non vuole sentire quello che hai da dire. Il Pci ha risposto positivamente all’appello Falcone/Montanari manifestando, per correttezza politica, la sua posizione. E cioè: nessuna alleanza col Pd, nessuna riedizione del centrosinistra e il mantenimento della proprio autonomia politica ed organizzativa. Per capirci bene tra noi: il Pci non aderisce ad alcun soggetto politico, non si scioglie, ma continua con assoluta determinazione la sua ricostruzione."
Ieri al Brancaccio avebbe dovuto prendere la parola il segretario nazionale del partito, Mauro Alboresi. Come AntiDiplomatico gli abbiamo rivolto alcune domande.

28 MAGGIO - I Comunisti in Piazza Loggia anche per il Venezuela

Scritto da PCI Fed. Brescia.

Domani, 28 Maggio 2017, in occasione e congiuntamente alla commemorazione della strage del 1974, alle ore 15 si terrà in Piazza Loggia un volantinaggio di solidarietà con il Venezuela e con tutti i popoli oppressi dall'imperialismo capitalista di USA, UE e alleati.

Organizzano PCI BS, PRC BS e il CS 28 Maggio di Rovato (BS)

 

" Lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell'opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze, individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza della Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema e hanno sviato, poi, l'intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell'intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, ... , ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la malavita, anche istituzionale, dell'epoca delle bombe "

(Motivazioni della sentenza di appello del Tribunale di Milano, 10 agosto 2016.[23])

Conosciamo da tempo, se non da sempre, una verità storica sufficientemente chiara che inquadra la strage di Brescia dentro la sequela di attentati, stragi e tentate stragi, tentati colpi di stato, che nel periodo dagli anni 60 agli anni 80 ha visto muoversi Servizi segreti americani e nostrani, settori dell'Esercito e apparati dello Stato con esecutori ben riconoscibili appartenenti alla destra radicale. C'era, allora, la necessita` di ''normalizzare'' l'Italia nel quadro del fronte mediterraneo della Nato per lo piu' governato da dittature militari, c'era la necessita' di colpire e fermare quella immensa forza rappresentata da un movimento operaio compatto consapevole e vincente e da un Partito Comunista ad un passo da diventare forza di governo.

UNA FACCIA, UNA RAZZA, UNA LOTTA

Scritto da PCI Fed. Brescia.

Dal sito del KKE, Partito Comunista Greco.

Uno sciopero generale di 24 ore si è tenuto in Grecia il 17 maggio 2017, così come scioperi e manifestazioni del Fronte Militante dei lavoratori (PAME) in decine di città, contro le misure che il governo di coalizione del partito “di sinistra” di SYRIZA e il partito nazionalista di ANEL hanno portato in parlamento per la discussione. Manifestazioni di protesta saranno organizzate dal PAME in tutto il paese il 18 ° di maggio, il giorno in cui i provvedimenti saranno votati.
Migliaia di lavoratori attraverso la loro partecipazione di massa allo sciopero dell 17 ° maggio in tutto il paese hanno dichiarato: “‘Non diventeremo gli schiavi del 21° secolo.’
Ad Atene lo sciopero del PAME si è concluso con una grande marcia verso il Parlamento.

Vale la pena analizzare le misure che il governo SYRIZA-ANEL ha portato dopo le trattative con i sindacati e gli imperialisti dell'UE e del FMI per la 2° valutazione del 3° Memorandum. E ' chiaro dai risultati che il governo ha negoziato con gli istituti di credito per conto degli interessi dei gruppi nazionali di monopolio e non per il popolo, con l'obiettivo di accelerare un processo di un'uscita dalla crisi capitalistica che favorisca il capitale.
La nuova serie di misure antipopolari intensifica ulteriormente l'assalto, spinge verso nuovi oneri alle famiglie, nello stesso tempo in cui si creano le condizioni migliori per le multinazionali (come ad esempio le nuove misure per la liberalizzazione del mercato e per accelerare le privatizzazioni).
In breve, le misure prevedono:

Libia, la vita rubata dei migranti.

Scritto da PCI Fed. Brescia.

di Manuela Palermi (Comitato Centrale PCI)

Accatastati sui camion, uno addosso all’altro, oppure incolonnati in lunghi cortei, storditi dal caldo e dal vento sabbioso del deserto, i migranti attraversano le rotte transahariane, quelle delle carovane beduine e tuareg. Migliaia e migliaia di uomini, donne e bambini in un viaggio che in media dura una decina di giorni. Non tutti sono africani, ci sono siriani, iracheni, afgani. Se vengono dalla Somalia il tragitto in linea retta è di quasi 4.500 chilometri e costa tra i 1500 e i 7000 dollari. Fuggono dalle guerre, dalla fame, dalla povertà, dalla disoccupazione, dall’Ebola, dall’Aids, dalle lotte tra i clan e, in questi ultimi anni, dal gruppo integralista Boko Haram.
Arrivano nei porti libici e aspettano in campi improvvisati, ammucchiati uno accanto all’altro, di salire sui gommoni che li porteranno in Italia.
Da quando è iniziata la crisi migratoria, il Mediterraneo s’è riempito di 30mila cadaveri. Ma ce ne sono molti altri che nessuno ha mai trovato e molti altri che vengono nascosti. Quanti ne muoiano nel lungo viaggio che li porta alla costa libica resta un mistero.
Per quanti accordi si facciano, per quanto governo italiano e Unione Europea mostrino i muscoli, il flusso non accenna a diminuire, anzi. Il periodo peggiore del viaggio non è la traversata del Mediterraneo. Il periodo peggiore è stare in Libia, dove il numero dei trafficanti cresce a vista d’occhio, tutti a caccia di migranti per poi venderseli tra loro. Li sottopongono ad umiliazioni di ogni tipo, le donne sono costrette a prostituirsi, i bambini vengono spesso venduti alle milizie. I trafficanti privano i migranti di ogni avere, gli tolgono soldi e beni. Poi, prima di lasciarli sulle coste libiche, li costringono a prendere lassativi per fargli espellere qualsiasi valore abbiano nascosto in corpo. Restano senza un dollaro. Devono lavorare settimane o mesi come schiavi prima di rifarsi i quattrini per il viaggio in mare. A volte restano nei campi - dove subiscono torture, esecuzioni, estorsioni - anche più di un anno.

Intervento del Primo Ministro Vietnamita Nguyen Xuan Phuc al 30° vertice ASEAN

Scritto da PCI Fed. Brescia.

In occasione del 42° anniversario della conquista di Saigon e della vittoria Vietnamita sull'invasore USA pubblichiamo l'attualissimo intervento del Primo Ministro Vietnamita Nguyen Xuan Phuc al 30° vertice ASEAN (associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico) tenutosi in questi giorni a Manila.
Da dangcongsan (sito web del Partito Comunista Vietnamita) traduzione di Pci Fed. Bs - Dip. Informazione

http://en.dangcongsan.vn/…/pm-nguyen-xuan-phuc-asean-should…

"Gli stati membri dell'ASEAN hanno bisogno di mantenere la loro responsabilità e lo spirito della comunità, in particolare una posizione comune sulle questioni internazionali e regionali, ad aumentare la posizione del blocco in campo internazionale, ha detto il primo ministro Nguyen Xuan Phuc in occasione della riunione nel quadro del 30 ° Summit ASEAN a Manila, nelle Filippine.
Egli ha esortato l'ASEAN ad aprire la strada del rispetto del diritto internazionale e dei principi fondamentali delle relazioni internazionali, in linea con l'obiettivo di costruire una comunità basata su regole condivise.

Il capo del governo vietnamita ha inoltre chiesto maggiori sforzi del gruppo per migliorare l'efficacia della cooperazione con i suoi partner e i meccanismi di dialogo tra i blocchi, con particolare attenzione alle attività orientate al risultato.

Nel suo discorso, il PM Phuc ha condiviso la preoccupazione comune per i recenti sviluppi della situazione internazionale e regionale, che hanno avuto un impatto multi-dimensionale sull'ASEAN e sui paesi membri.

NOI STIAMO CON I LAVORATORI - ALITALIA TORNI PUBBLICA

Scritto da Mauro Alboresi - Segretario Nazionale PCI.

di Mauro Alboresi*

Il 67% dei  lavoratori di ALITALIA, chiamati ad esprimersi in merito all'ipotesi di accordo definita tra il Governo e parte delle Organizzazioni Sindacali, ad esclusione del sindacalismo di base, relativamente al futuro della compagnia aerea, ha detto no.

Un no, chiaro ed inequivocabile, alla drastica riduzione degli organici, ad un ridimensionamento delle condizioni economiche e normative sancite dal contratto di lavoro, proposte come unica condizione per la ricapitalizzazione della compagnia, da parte di Etihad e di altri investitori, per il suo rilancio.

Dai sostenitori dell'intesa è partita, come al solito, l'accusa di irresponsabilità nei confronti dei lavoratori che rifiutano  la logica di un progressivo peggioramento delle loro condizioni, di lavoro e di vita, quale unica soluzione per il salvataggio di quella che dovrebbe essere la compagnia di bandiera, e già si danno per scontato il commissariamento e la liquidazione della stessa.

Noi stiamo con chi ha detto no.