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L'impero americano implode, sia in casa che all'estero.

Scritto da John Wright per Russia Today - traduzione di emmebi.

di John Wright*
La crisi e il caos che stanno inghiottendo il Medio Oriente e l'Ucraina sono segno del declino dell'impero Statunitense, anche Washington impara la dura lezione che nessun impero è eterno.
Sulla scia della guerra del Vietnam - la cui fine è stata segnata dalla notizia di personale degli Stati Uniti e pochi collaboratori vietnamiti evacuati dal tetto dell'ambasciata americana a Saigon nel 1975 - gli Stati Uniti entrarono in un prolungato periodo di declino in merito alla capacità di avviare importanti operazioni militari.

Nonostante il massiccio potere distruttivo del suo arsenale, i vietnamiti avevano dimostrato che gli Stati Uniti erano come un gigante dai piedi d'argilla. Il nome dato a questo periodo di ritiro è stato 'sindrome del Vietnam' e durò dal 1975 al 1991, quando gli Stati Uniti e una coalizione internazionale intrapreso la prima guerra del Golfo per contrastare le truppe irachene in Kuwait.

Ora stiamo assistendo a un periodo simile di declino imperiale per quanto riguarda l'incapacità di Washington di mettere in scena operazioni militari su larga scala, a seguito delle fallite occupazioni dell'Afghanistan e dell'Iraq, le quali nulla hanno raggiunto nulla se non l'emersione del terrorismo e dell'estremismo in tutta la regione, e per estensione nel mondo intero.



Le ingenti risorse impiegate hanno ulteriormente paralizzato il potere imperiale di Washington, mentre la frammentazione della coesione sociale negli Stati Uniti è testimoniata dal trattamento brutale dei poveri, degli emigrati della nazione, e dei neri, rivelando una società che è vicina all'implosione. I paralleli con gli anni Sessanta e Settanta sono chiari a questo proposito.

Già nel 2005 il Washington Post aveva individuato questa 'sindrome Iraq.' In un articolo in cui si analizzava il lavoro del segretario alla Difesa uscente Donald Rumsfeld, il quotidiano affermava: "Una volta che Rumsfeld avrà finalmente lasciato il suo ufficio al Pentagono, si lascerà alle spalle una «sindrome Iraq» ancora più gravosa - la convinzione rinnovata, fastidiosa e talvolta paralizzante che ogni grande intervento militare statunitense all'estero è destinato al fallimento pratico e all'iniquità morale ".

Dieci anni più tardi, con una versione islamica dei Khmer Rossi nella forma del cosiddetto Stato islamico (IS, ex ISIS / ISIL) dilagante in tutta la Siria e l'Iraq, l'attuale amministrazione è ridotta a condurre una saltuaria e, fino a questo punto, impotente, campagna aerea contro l'IS, che continua a crescere e aumentare la sua presenza sul territorio, sia in Siria che in Iraq.

La complessità del Medio Oriente è ben nota. La presenza della maggior parte delle riserve energetiche mondiali ha garantito lo status della regione come la prima linea nella lotta a favore e contro l'egemonia statunitense. Al tempo stesso, le molteplici identità etniche, confessionali e tribali che attraversano la regione hanno da tempo rappresentato una potenziale polveriera, pronta ad esplodere.

Un tale esplosione ha avuto luogo con la guerra aerea della Nato contro il regime di Gheddafi in Libia nel 2011. Mirato ad assicurare che la fase libica della primavera araba atterrasse sulle rive degli interessi geopolitici occidentali, il rovesciamento di Gheddafi invece ha aperto le porte dell'inferno dalle quali si sono riversati decine di migliaia di fanatici primordiali la cui sete di sangue non conosce limiti. 


Ad aggravare la capacità di Washington di proiettare il suo potere imperiale è il tentativo assurdo e disperato di contrastare il confermarsi della Russia nel suo mandato in Europa orientale, culminato con l'imposizione di sanzioni per cercare di isolare il paese politicamente e culturalmente.

Il dollaro è stato la valuta egemone dopo la seconda guerra mondiale, sfruttando il suo ruolo di valuta di riserva internazionale del mondo. Ma anche l'egemonia valutaria degli Stati Uniti è in procinto di essere contestata con la creazione, nel mese di ottobre del 2014, della Banca Asiatica degli Investimenti e delle Infrastrutture (AIIB), da parte della Cina, come contrappeso al FMI. È interessante notare che, fra le 20 nazioni che hanno aderito a questa nuova banca d'affari internazionale ci sia il Regno Unito, con grande costernazione del suo alleato di Washington.

* Scrittore e commentatore specializzato in geopolitica, politica Inglese, cultura e sport.