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OPERAI DELL' AST - Come la polizia di Scelba

Scritto da C. Procaccini.

CESARE PROCACCINI - Segretario Nazionale PdCI

Non ho un’età che mi permette di ricordare le cariche della polizia di Scelba. Eppure a quelle ho pensato. A quella storia cupa, di pesante isolamento operaio. Le cariche di martedì agli operai dell’Ast avevano quella cupezza e quel senso di isolamento. Eppure quegli operai hanno tutte le ragioni di questo mondo a manifestare e a protestare. 550 licenziamenti. Si tratta di lavoratori che hanno professionalità, che svolgono un lavoro pesante

(Renzi e i convitati della Leopolda sono mai entrati in un’acciaieria?), cittadini onesti che, come ha gridato giustamente Landini, pagano le tasse e sono del tutto estranei alla corruzione e alle ruberie che da anni infestano impunite la vita politica italiana.

Perché la protesta delle donne e degli uomini dell’Ast è stata repressa con i manganelli? Quale pericolo rappresentavano, quali equilibri mettevano in discussione, quali note stonate c’erano nei loro slogan?

La risposta a queste domande la trovo nel carattere che Renzi ha impresso al suo governo e al cambiamento profondo prodotto nel maggior partito italiano, il Pd. La politica di Renzi è un infinito comizio, un racconto consolatorio e bugiardo della realtà, una disfida senza contenuti tra vecchio e nuovo, un annuncio dopo l’altro per tranquillizzare e tenere lontana  l’angoscia della crisi. Renzi non ha né elaborazione né programma, si muove solo, senza partito, relegando il Pd a comparsa, si affida all’improvvisazione sulla base dei sondaggi e dell’indice di gradimento. E su questi ha basato il suo attacco brutale alla Cgil e alla Camusso, contando sulla crisi di credibilità del maggior sindacato italiano.  E’ possibile che i corpi intermedi e i deferenti collaboratori di Renzi (al governo e nel partito) abbiano dato a quell’attacco un’interpretazione più realista di quella datagli dal re? E può fare meraviglia che il ministro dell’Interno Alfano l’abbia interpretato da uomo di destra qual è? In questo contesto non solo si dovrebbe dimettere il ministro dell’Interno ma l’intero governo incapace di gestire minimamente le relazioni sociali.

Fatto è che l’atteggiamento sprezzante di Renzi verso la Cgil ha sortito i suoi primi, gravissimi effetti. Gli operai dell’Ast sono stati manganellati, malmenati, presi a pugni ed a spintoni perché considerati non utili dai sondaggi al pari dei gettoni per l’IPhone.

Ma nel frattempo ci sono stati il 25, un milione di persone in piazza, le lotte e gli scioperi della Fiom in tutte le regioni. E ricordo che attacchi della polizia ai metalmeccanici ci furono alla manifestazione di Milano, anche lì inutili e brutali.

Martedì, affiancato dai metalmeccanici dell’Ast, Landini ha usato il linguaggio rude e orgoglioso del capo operaio, di chi conosce la realtà del lavoro, delle fabbriche che chiudono, dei diritti cancellati e irrisi come un repertorio d’altri tempi. Ha gridato le ragioni dell’oggi, della modernità delle cose concrete, quotidiane, non ha esitato a mandare a quel Paese la Leopolda e gli “slogan del cavolo”.

Premetto che non sono tra quelli che spingono perché Landini diventi il futuro capo della sinistra. E penso che chi lo fa commetta un grave errore perché non riflette sul peso e la dignità che ha dato e dà alla condizione e alle lotte operaie e su quanto il suo lavoro sia indispensabile. Di Landini c’è bisogno alla Fiom e alla Cgil. Non penso che la sinistra si costruisca con la clausola che “prima” occorra individuare il capo carismatico a cui affidarsi. Né tantomeno che possa farlo saltando sul carro di un altro pezzo di establishment di sinistra o di ex sinistra o magari di intellettuali illuminati. E’ un errore che abbiamo commesso troppe volte per ripeterlo: lista Arcobaleno, lista Ingroia, lista Tsipras… L’unico carro che abbiamo (prezioso) è quello di tante lavoratrici e lavoratori, di tanti giovani e donne e anziani che non si arrendono. E se lo abbiamo rivisto in piazza, molto del merito va proprio alla Cgil.  Il 25 quelli che sfilavano tenendo alte le bandiere sapevano che dovevano affidarsi a se stessi, non individualmente ma collettivamente, e collettivamente rendersi forti, saldi, uniti, politicamente intelligenti. Basta allora con le improvvisazioni e con le scorciatoie perché non ci sono. Occorre costruire, costruire, costruire… e rifare (anzi “fare” perché non si rifà nulla) una massa cosciente. Il resto verrà poi e andrà bene se sarà il prodotto di questo lavoro.

Cesare Procaccini, segretario naz.le PdCI

articolo inviato a il Manifesto