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PACIFISMO O PROPAGANDA? - Nota a margine della manifestazione del 16 Gennaio

Scritto da Lamberto Lombardi - Segr. Prov. PCdI Brescia.

In una situazione internazionale gravida di tensioni e di conflitti su numerosi quadranti geopolitici esiste un movimento per la pace che cerca faticosamente di acquisire consistenza e di fare sentire la propria voce. Una prima manifestazione nazionale si è svolta il 16 gennaio ed è giunta (se si escludono generose iniziative di singoli movimenti  e organizzazioni che hanno osato rompere il silenzio in solitudine) dopo un lungo silenzio, un assordante silenzio se si considerano gli innumerevoli fatti bellici che si sono susseguiti incontrastati negli ultimi venticinque anni.  E le considerazioni sulla riuscita dell’evento devono tenere anche conto dei dubbi sulla reale tenuta politica del fronte per la pace che lo ha faticosamente indetto o, meglio, sulla reale consistenza della piattaforma programmatica adottata.
Ci pare inevitabile collegare i silenzi precedenti con la difficoltà attuale e gli elementi che le due fasi hanno in comune sono evidentemente di natura politica.
E’ tutta politica l’incapacità  di contrastare la visione di ‘guerra giusta’ che ha impedito di reagire contro la guerra fatta  a Saddam Hussein che fece un milione e mezzo di vittime tra quelle sul campo e quelle delle sanzioni internazionali. Lo stesso dicasi per i bombardamenti su Belgrado, per l’esecuzione di Gheddafi, per la guerra i Siria e per la guerra nel Donbass, per citare solo alcuni dei tanti fatti bellici.


Questa moderna declinazione della strategia informativa della ‘guerra giusta’,  eterno strumento a disposizione di qualsiasi interventismo bellico, andrebbe meglio indagata per capire come e perché abbia fatto breccia negli schieramenti pacifisti.
L’operazione ha consistito nel definire ‘giusto’ il campo democratico, ambito ideologico inconfutabile per i più ma dai confini assai vaghi. E la propaganda, come in qualsiasi situazione bellica, si è impegnata nel fugare vaghezze e dubbi (dubbi, per altro, connaturati nella stessa democrazia), nel risolvere con un colpo di spada qualsiasi groviglio di interpretazioni sul tema: la democrazia siamo noi, punto.
Noi chi? L’Onu? No, troppo plurale, troppo ingolfata da diverse e per lo più ‘illegittime’ realtà statuali, anzi diremmo troppo ‘proporzionale’. E allora la Nato, emblematica e quasi sarcastica identificazione della democrazia pacificatrice con una struttura militare. Ma questa identificazione è utile a risolvere una serie di problemi il primo dei quali è quello delle gerarchie di comando. Come in ogni struttura militare il comando spetta agli alti gradi e nella Nato comandano gli Stati Uniti. Tutto diviene così facile da gestire, tutto diviene, così, domesticamente ‘maggioritario’.
Questa sostituzione di legittimità a rappresentare la comunità internazionale avvenuta tra ONU e Nato è avvenuta impercettibilmente e incontrastata a rappresentare coerentemente una realtà mondiale definita con adeguatezza più dalla guerra che dalla pace. E, almeno questa di realtà, quella della preponderanza Nato su qualsiasi altro organismo, sta ora divenendo un problema affrontato dai pacifisti.
Non così la gerarchizzazione delle nazioni imposta dalla propaganda in base alle patenti di democraticità emanate al bisogno.  Alla bontà di queste ‘patenti’ sanno opporsi alcune voci nella Chiesa e qualche intellettuale anglosassone ma da noi fanno scuola persino tra gli intellettuali più radicali che da sempre sarebbero impegnati nelle manifestazioni per la pace.

Non stupisce così che si sia elaborata nel tempo una sorta di teoria e pratica dell’ equidistanza che, diciamolo, non senza una qualche aristocratica eleganza, consente di schierarsi solo contro la guerra senza distinguere tra aggressori ed aggrediti, tra bugie e verità.

E questa via intrapresa sembra evitare le secche di ogni critica allineandosi ad ogni scomunica espressa dalla propaganda. Peccato che il costo di non essere definiti filo-putiniani sia quello di tacere sulle prove di genocidio in Donbass, che il costo di non  obiettare alle sommosse democratiche dirette dalla CIA, sempre per non essere tacciati di amicizia con Geddafi, sia quello di non saper che dire poi sulle guerre in nord-africa e medio-oriente combattute dalle stesse bande criminali precedentemente finanziate, che il costo di allinearsi silenti contro la minaccia atomica nord coreana sia quello di non vedere che la corsa agli armamenti atomici sia ripresa da tempo piuttosto in area Nato e venendo meno ad ogni precedente moratoria o patto senza alcun plausibile motivo.
E se i vantaggi sono di non incorrere in scomuniche, il costo di questa equidistanza è però altissimo per un pacifista e cioè quello di sfilare per la pace essendo culturalmente e politicamente subalterni alle logiche della propaganda bellica.
Il pericolo è quello di sfilare per la pace con un programma più natalizio che politico e, come sempre, il costo della subalternità è la marginalità.

                                Lamberto Lombardi
                                Segr. Prov. PCdI Brescia
                                Com. NO GUERRA NO NATO - BS

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