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LA ``VIA CINESE`` E IL CONTESTO INTERNAZIONALE - SABATO 15 OTTOBRE A ROMA

Scritto da PCI Fed. Brescia.

 

Forum Europeo 2016
La “Via Cinese” e il contesto internazionale
 
ROMA, SABATO 15 OTTOBRE. Ore 9:00
 –
 18:00SALA CONVEGNI Hotel Massimo d'Azeglio, Via Cavour 18 (nei pressi della Stazione Termini)
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Per il terzo anno consecutivo accademici e studiosi sia cinesi che italiani promuovono un dibattito approfondito sulla “Via Cinese” con l’obiettivo di arricchire un dialogo comune ed avviare una ricerca collettiva sulle sfide che il contesto internazionale presenta.
Il Forum si pone l’obiettivo di sviluppare un dialogo tra accademici e studiosi cinesi ed italiani, attorno ad alcuni nodi che caratterizzano il contestointernazionale, come l’analisi della relazione tra l’Europa e la Cina, la necessità di una governance internazionale sul cyberspazio, le relazioni politiche ed economiche tra la Cina e le diverse aree del mondo, il tema della “via cinese” e del socialismo. L’iniziativa, unica nel suo genere in Italia, è co-promossa dallaprestigiosa Accademia Cinese della Scienze Sociali (Cass), Accademia del Marxismo cinese, dall’Associa
zione politico culturale Marx21 e le Edizioni MarxVentuno.

Pubblichiamo, sul tema, un articolo di Francesco Maringio`, membro del del Comitato Centrale PCI, uscito sulla rivista Marx21 (qui il link per il download)

 

La politica estera cinese dopo il 18° Congresso
di: Francesco Maringiò
Per i lettori di questa rivista il tema della politica estera della Repubblica
Popolare Cinese non è affatto nuovo (1). Questo articolo si concentra sulle
novità emerse dopo il 18° Congresso del Partito Comunista Cinese (Novembre
2012) cercando di mettere a fuoco le priorità e gli interessi strategici che
Pechino vuole preservare per raggiungere i propri obiettivi, che sappiamo
essere ambiziosi. Come si lega il Sogno Cinese con lo sviluppo delle relazioni
internazionali? Davvero il Pcc sta abbandonando la strategia indicata da Deng
Xiaoping di «nascondere le capacità e mantenere un basso profilo»? Dobbiamo
avere paura di un paese che emerge rapidamente come grande attore
planetario? E qual è il contributo specifico che il Presidente Xi, così temuto e
criticato in Occidente (cfr.: The Economist 2016b ), sta imprimendo al nuovo
corso cinese? Nelle pagine che seguono cercheremo di dare alcune risposte a
queste (ed altre) domande, consapevoli che il tema meriterebbe un
approfondimento maggiore, anche tra le istituzioni italiane, che dovrebbero
saper cogliere l’opportunità dei grandi cambiamenti in corso per riorientare la
politica estera del nostro Paese e smetterla, finalmente, di vedere la Cina o
come una grande minaccia oppure come un’occasione di business a basso
contenuto tecnologico. Di tale miopia politica, sinceramente, faremmo tutti
volentieri a meno.

Wang Yizhou ( 王 逸 舟 ), professore di Politica Internazionale e Politica Estera
Cinese dell'Università di Pechino, nel chiedersi quali siano le trasformazioni
accorse alla politica internazionale del suo Paese e le sfide che la attendono, ci
fornisce una scaletta di punti che vale la pena seguire per evidenziare le novità
emerse dal Congresso. Tali aspetti saranno inquadrati nell’ultima parte
dell'articolo usando quattro chiavi narrative (2).
1. Il Sogno Cinese
Uno dei concetti principali elaborato dalla nuova leadership collettiva eletta al
18° Congresso è quello del Sogno cinese ( 中 国 梦 zhongguo meng), di cui ha
parlato per la prima volta Xi Jinping il 29 Novembre 2012 come viatico per il
“rinnovamento della nazione” e che fissa gli “obiettivi centenari” ( 两个一百年目
标 liangge yibainian mubiao) della Cina, ossia: a) raddoppiare il Pil pro capite
entro il 2021, centenario della fondazione del PCC; b) emergere come prima
economia entro il 2049, centenario della fondazione della RPC (3).
Il Sogno cinese è stato visto all’estero come il manifestarsi di una dottrina
nazionalista che evidenziava l’emergere di uno status di grande potenza, quasi
un ritorno alla dottrina imperiale che immaginava la Cina come il centro di un
sistema gerarchico basato sui tributi (4), al punto che l’Economist ha dedicato
la copertina al presidente cinese, vestendolo con un abito di foggia mandarinaed affermando che, sebbene il Sogno cinese «sembri riecheggiare il sogno
americano, la qualcosa è benvenuta, soffia anche sul fuoco del nazionalismo e
del rinascente autoritarismo» [The Economist 2013]. Quanto il Sogno cinese
abbia in comune (e quanto diverga) col concetto del Sogno americano è in
realtà oggetto di viva discussione tra gli accademici ed ha suscitato interesse e
speculazioni tra analisti e politici in patria come all’estero. Alcuni hanno
concepito questa teoria come una sistematizzazione del socialismo con
caratteristiche cinesi, ipotizzando che dietro la “Teoria delle Tre
Rappresentatività” (sange daibiao 三 个 代 表 ) di Jiang Zemin e il “Concetto
Scientifico di Sviluppo” (科学发展观, kexue fazhan guan) di Hu Jintao, ci fosse lo
stesso mentore (5). A mio personale e modesto avviso questa è una lettura
sbagliata. Il lascito teorico di Xi (sebbene sia ancora presto per dirlo)
probabilmente sarà la “Teoria dei Quattro Comprensivi” ( 四 个 全 面 , sige
quanmian), mentre il concetto del Sogno cinese permette di «infondere di
nuova energia il socialismo con caratteristiche cinesi» [Qiushi 2013],
adattandolo al contesto mutato degli ultimi anni, così da costruire un nuovo
linguaggio comune nel mondo, una “Tianxia”, che «non è precisamente una
cultura condivisa, quanto una sensibilità comune, ossia comprendere che
viviamo tutti nello stesso mondo e dobbiamo saper condividere un qualche tipo
di comprensione comune e tollerare le idee degli altri. È diverso dal concetto di
impero» [Sisci 2014, p.431 ed. digitale]. Un rinascente soft power cinese
(rinascente proprio perché, secondo il sinologo Scarpari, questo concetto è
nato con Confucio [Cappelletti 2015]) che permette alla Cina di costruire una
nuova immagine per porsi come punto di riferimento anche per gli altri.
Sicuramente uno degli obiettivi del Sogno, riflesso sulla politica estera cinese, è
quello di porre a sintesi le differenti visioni presenti all’interno del Partito e
proiettare una nuova immagine della Cina capace, come in passato, di
suscitare consenso. Una nuova “Tianxia” che sostituisce però al sistema dei
tributi quello dell’osmosi culturale (6). Non stupisce pertanto che gli analisti ed
i politici occidentali siano disorientati di fronte a questa impostazione: è quanto
più distante possa esserci dai principi vestfaliani.
2. La riforma militare
Uno degli aspetti nevralgici del nuovo corso cinese è la riforma del comparto
della sicurezza e della difesa (7). Le ragioni sono diverse ma, tra queste, vi è
certamente l’esigenza di adeguare la Difesa al nuovo contesto globale ed alla
nuova assertività cinese nelle relazioni internazionali. La riforma si sta
articolando e compiendo negli ultimi mesi, tuttavia alcuni segnali sono evidenti
da tempo, soprattutto per il ruolo crescente della Marina. Il 24 luglio 2012,
l’Esercito di Liberazione del Popolo ha installato una zona di comando nel
presidio di Shansha (nella provincia dell’Hainan) responsabile della sicurezza
marittima del Mar Cinese Meridionale. Il 23 Novembre 2013 il Ministero della
Difesa ha annunciato la costituzione dello spazio aereo di difesa sul Mar Cinese
Orientale, immaginando di istituirne degli altri qualora fosse necessario. Èevidente come il livello di proiezione esterna dell’esercito cinese sia
aumentato, in risposta alla percezione di una crescente minaccia che ha ragioni
molteplici. La prima sfida viene sicuramente dall’interno: nella società cinese è
forte una componente nazionale, in cui albergano anche ambizioni globali: una
percezione di sé e del mondo che i successi e le vittorie conseguite negli ultimi
anni nei più svariati campi non hanno fatto altro che alimentare. Tale approccio
lo si vede con l’insorgere di vigorose mobilitazioni di piazza, che si manifestano
quando l’integrità e l’orgoglio nazionale sembrano essere minacciati da fattori
esteri. Una forte spinta e pungolo alle istituzioni che viene disciplinato dalla
élite politica del Partito comunista. Su questa componente – lo scriviamo per
inciso perché non è il tema centrale di questo contributo - agiscono le forze
anticinesi che puntano al rafforzamento di un settore “nazionalista” che spinga
la Cina verso una politica aggressiva. Cosa che giustificherebbe l’Occidente, in
primis gli Usa, ad agire militarmente (8). La seconda sfida viene dall’esterno, in
particolare da quanti vogliono fermare l’ascesa cinese, direttamente oppure
attraverso un sistema di alleanze che esclude la Cina o la riconosce come
nemico. Da questo punto di vista, la politica del ribilanciamento verso l’Asia
attuato dall’Amministrazione Obama col Pivot to Asia (2012) e dall’Accordo
Trans Pacifico TPP (2015) hanno dato la percezione ad alcuni analisti cinesi che
si stesse attuando l’”ABC policy”: anything but China, tutto fuorché la Cina.
Un’altra minaccia, non meno importante, è rappresentata dall’intreccio tra
fattori esterni ed interni, come è il tentativo di fomentare dall’esterno rivolte e
separatismi di minoranze etniche e religiose per minare l’unità del Paese. In
questo campo, dalla traduzione in uiguro e tibetano (con relativa diffusione e
proselitismo) del manuale per le rivoluzioni colorate di Gene Sharp, fino ai
collegamenti dei fondamentalisti islamici dello Xinjiang con lo Stato Islamico
attivo in Siria ed Iraq, gli esempi sono molteplici.
3. Nuovo tipo di relazioni tra grandi nazioni
Il 7-8 Giugno 2013, Xi Jinping ha incontrato Obama, tappa finale di un lungo
viaggio nelle Americhe iniziato con la visita di stato in diversi paesi
latinoamericani e concluso col vertice statunitense di Sunnylands. In questa
occasione il presidente cinese ha tenuto un discorso molto importante per le
relazioni con gli Usa (cfr.: Xi 2014, pp. 306-308), mettendo l’accento sui fronti
di mutua cooperazione tra di due paesi (incluse nuove relazioni militari e
misure congiunte nel campo della cyber security), la promozione del dialogo a
tutti i livelli e una nuova strategia di gestione delle differenze. Il nuovo modello
di relazione sino-americano lanciato da Xi si impernia su tre assunti: a) evitare
conflitti ed escalation, impegnandosi invece nella gestione delle differenze e
delle dispute attraverso il dialogo; b) rispetto reciproco, non solo degli interessi
vitali dell’altro, ma anche del suo corpus di valori sociali e politici; c)
cooperazione alla pari, ossia il superamento di qualunque visione gerarchica e
la costruzione di un rapporto tra eguali e reciprocamente vantaggioso. In
sostanza il presidente cinese propone agli Usa un accordo di pace ecooperazione, ribadendo implicitamente che la Cina è un grande paese al pari
degli Usa e non più un paese in via di sviluppo, come avevano fatto i suoi
predecessori. Un messaggio direttamente lanciato a quei settori
dell’Amministrazione che da tempo insistono per un “patto con la Cina”, al
posto di una politica aggressiva e della sfida militare (cfr.: Molinari 2012).
Xi ha proposto un nuovo modello di relazione (la: 新型大国关系, xinxing daguo
guanxi), la cui traduzione evidenza una diversa interpretazione tra la Cina e
l’Occidente. Nel secondo caso, infatti, si interpretano le parole del leader cinese
come un “nuovo tipo di relazioni tra grandi potenze”, al posto della traduzione
ufficiale che recita: «Cina ed Usa dovrebbero lavorare insieme per dare vita ad
un nuovo modello di relazioni tra grandi nazioni attraverso lo sviluppo del
dialogo, la promozione di una fiducia reciproca, l’allargamento della
cooperazione e il controllo delle dispute» [Xi 2014 p.308] (corsivo mio, nel testo
inglese l’espressione è: “new model of major-country relationship”). Non è una
disputa terminologica superficiale. Come ci fa notare Su Hao, Visiting Professor
presso la Luiss di Roma e docente di Politica Estera e Diplomazia Cinese presso
la China Foreign Affairs University di Pechino, il « (...)concetto di potere, o
grande potenza(...), nasconde in sé la volontà di uno Stato di proiettare la
propria potenza, e dunque il proprio potere, su di un altro: un atteggiamento,
questo, che, di fatto, non si configura nel caso della Cina. (...) Non pensiamo
che ciò sia possibile, perché giocare un ruolo “egemonico” all’interno del
sistema politico internazionale non è negli interessi strategici della Cina.
Piuttosto, il potere a livello globale dovrebbe essere condiviso. (...)Tale
cooperazione è da intendersi altamente inclusiva e, oltre agli Stati Uniti,
potrebbe comprendere diversi paesi come, ad esempio, il Brasile e la Russia,
ma anche la Germania» [Menegazzi 2015].
4. Le Vie della Seta
Questo è un piano strategico di lungo corso con forti implicazioni economiche e
politiche, che si proietta via terra e via mare. Nel primo caso il progetto prende
il nome di Fascia Economica della Via della Seta ( 丝绸之路经济带, sichou zhi lu
jingji dai) e coinvolge i paesi dell’Asia centrale, occidentale, del Medio Oriente e
dell’Europa. L’idea è stata illustrata per la prima volta dal presidente Xi in un
significativo discorso tenuto alla Nazarbayev University in Kazakistan. Egli,
partendo dalle radici storiche della Via della Seta (circa 200AC) è arrivato a
stabilire l’importanza di un nuovo progetto che riesca a rafforzare il rapporto
tra i paesi dell’Asia centrale, sia sul piano bilaterale che all’interno della cornice
dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai [Xi 2014 pp.315-319]. Il
secondo braccio di questo ambizioso progetto è la Via della Seta Marittima del
21° Secolo (21 世纪海上丝绸之路, 21 shiji haishang sichiu zhi lu) che interessa i
paesi del sudest asiatico, Oceania e Nord Africa. Questo, è stato presentato in
un discorso pubblico del presidente cinese al parlamento indonesiano [Xi 2014
pp.320-324], durante il quale ha anche fatto menzione all’importanza dellacostruzione della comunità Cina-Asean ed alla realizzazione di una Banca
Asiatica per gli Investimenti e le Infrastrutture che, forte dell’ingresso di 31
stati membri ed un capitale di 100 miliardi di dollari (la metà delle riserve della
Banca Mondiale), ha visto una strenua opposizione da parte degli Stati Uniti
(cfr.: [Keck 2014] e [Rapoza 2015]). A questo progetto va considerato anche il
contributo dato dalla realizzazione del Corridoio Economico Cina-Pakistan e di
quello Bangladesh-Cina-India-Myanmar, oltre all’istituzione del Fondo Via della
Seta (Dicembre 2014), interamente pubblico a capitale cinese e con una
riserva di 40 miliardi di dollari a sostegno dei progetti di sviluppo sopra citati.
Questo piano, non a caso ribattezzato da alcuni come “il Piano Marshall
cinese”(9), ha l’ambizione di racchiudere diversi scopi il più importante dei
quali, probabilmente, è la proiezione su scala regionale del diverso modello di
sviluppo cinese che, contrariamente ai dettami mainstream degli economisti
neoclassici (le cui ricette a base di modelli a breve termine incentrati su export
e consumi interni si sono rivelate disastrose ovunque applicate), punta invece
su progetti a lungo termine basati su investimenti massicci e sistematici di tipo
infrastrutturale. Accanto a questo, il progetto punta a realizzare una rete di
infrastrutture ferroviarie ad alta velocità dall’Oceano Pacifico al Mar Baltico
(conseguenza non secondaria di ciò è il fatto che questo network ferroviario
possa offrire una soluzione alle dispute sul Mar Cinese Meridionale, aiutando a
mitigare le tensioni tra Cina e Vietnam), a sviluppare i commerci (l’obiettivo è
arrivare a rimuovere la barriere doganali) e dare impulso alla circolazione
monetaria. In altre parole, la Cina e gli stati dell’Asia Centrale useranno le loro
monete per le partite correnti sul commercio e gli investimenti. Questo, oltre a
mettere al riparo la regione da turbolenze finanziarie e contagi da crisi
economiche dell’eurozona e dagli Usa, significa estromettere il dollaro dagli
scambi mondiali di una delle più dinamiche ed emergenti aree economiche del
pianeta.
6. Cina-Africa: una relazione speciale
Quello col continente africano è un rapporto storico, sviluppato sin dalla prima
generazione dei dirigenti che hanno fondato la Repubblica Popolare. Ma non è
solo questo a rendere il legame particolare: c’è un vincolo economico e politico
fortemente intenso. L’Africa è il primo partner commerciale cinese, con un
volume di affari che cresce anno dopo anno (era circa 10 miliardi di dollari nel
2000, dopo 12 anni ha raggiunto quota 198,4 miliardi), ed un rapporto politico
e diplomatico molto intenso: per la prima volta dalla sua fondazione, la Cina ha
mandato 170 militari (e non più solo personale di supporto –medici, ingegneri,
...- come aveva sin qui fatto) nel Mali nell’ambito della missione Onu, ha aperto
la prima base militare all’estero (a Gibuti) e svolto una diretta azione
diplomatica su dossier molto importanti come nel caso del Sud Sudan e
dell’Etiopia. Nel suo primo viaggio da Presidente, Xi ha ribadito che la Cina
supporterà i paesi africani nella soluzione delle controversie regionali, nel
rafforzamento delle relazioni con le organizzazione continentali (a partiredall’Unione Africana) e che darà nuovo impulso alle aziende cinesi per investire
nel continente. Nel suo discorso [Xi 2014 pp.333-341] ha più volte sottolineato
come l’aiuto cinese sia totalmente svincolato da ogni forma di ingerenza negli
affari interni dei paesi, e che la Cina «crede nell’uguaglianza tra le nazioni,
piccole o grandi, forti o deboli, ricche o povere» e che si «oppone alla
prepotenza del grosso contro il piccolo, del forte che spadroneggia sul debole e
del ricco che opprime il povero» [ibid. p.337]. Basta discutere con i dirigenti di
questi paesi per rendersi conto di come questi non considerino affatto la Cina
un paese imperialista o colonialista ma un partner diverso dalle potenze
europee, protagoniste dello sfruttamento coloniale o di politiche di “aiuto”
legate alla pretesa di imporre il proprio modello culturale e politico. E per
questo sta diventando un modello di riferimento. Proprio mentre l’Ue strozza la
Grecia chiedendo la riscossione di un debito che essa stessa ha contribuito a
rendere insostenibile, la Cina si impegna a cancellare 60 miliardi di debito dei
paesi africani (nel 2009 lo aveva azzerato a 32 paesi dell’area), di cui 40 milioni
allo Zimbabwe, che ha così deciso di dare corso legale nel suo paese al
renminbi cinese [The Guardian 2015]. Segno inequivocabile della capacità
egemonica di Pechino nel continente africano. Non deve quindi stupire che
questa nuova assertività cinese in politica estera sia salutata con favore dalla
classe dirigente in Africa, come dimostra l’affermazione di questo importante
dirigente sudafricano, per il quale il maggior protagonismo cinese è condizione
essenziale per la pace: «crediamo che la Cina dovrà e vorrà, a breve, elaborare
una politica estera di maggior “protagonismo”, per assicurare la pace a tutti,
particolarmente alle regioni del mondo in cui i lavoratori si trovano ancora sotto
il giogo dell'aggressione imperialista e della dominazione egemonica delle
nazioni potenti» [Chris Mathlako in: AA.VV. 2013, p. 130].
7. Un nuovo tipo di relazioni internazionali
La maggiore assertività cinese in politica estera è funzionale al raggiungimento
degli obiettivi domestici. Questa scala di priorità viene esplicitata dal Ministro
per gli Affari Esteri che ribadisce come l’obiettivo sia quindi quello di creare un
clima internazionale più favorevole allo sviluppo cinese (10) attraverso questo
cambio di passo. A tal proposito, Wang Yi dichiara: «sono sicuro che tutti voi
siete rimasti colpiti dagli obiettivi raggiunti dalla Cina negli ultimi anni, dal
punto di vista diplomatico. (...) Nella nostra diplomazia, saremo più attivi nella
difesa dei nostri legittimi interessi nazionali. Saremo più dinamici nel soddisfare
le responsabilità che ci spettano a livello internazionale» [Wang 2016], «la Cina
è pronta a fare la sua parte» [Wang 2013b]. Un cambio di passo evidente,
denominato un “nuovo tipo di relazioni internazionali” ( 新 型 国 际 关 系 , xinxing
guoji guanxi), che tuttavia non va confuso con un’attitudine egemonica e di
dominio. È ancora il Ministro a chiarirlo solennemente in un discorso all’Onu:
«circa 40 anni fa, proprio da questo podio, il leader cinese Deng Xiaoping ha
solennemente asserito, a nome del governo, che la Cina non avrebbe mai
cercato di esercitare un'egemonia sul mondo. Oggi, tale affermazione rimaneun immutato impegno e convinzione. La Cina ha onorato, e continuerà a farlo
ancora, la sua promessa di essere una strenua forza a difesa della pace nel
mondo.» [ibidem]. La Repubblica Popolare lavora per un nuovo sistema di
governance globale che abbia l’Onu al centro, ma in cui sia evidente il peso
delle aree emergenti del pianeta, grazie al ruolo delle reti multidimensionali
(G20, BRICS,...) che la Cina attivamente promuove e che fungono da leviatano
per un nuovo ordine mondiale multipolare: «gli sforzi dovrebbero essere
concentrati a migliorare il quadro internazionale con al centro lo sviluppo delle
Nazioni Unite ed il sostegno delle istituzioni multilaterali. (...) La cooperazione a
livello regionale e sub-regionale può svolgere un ruolo pionieristico e
sperimentale» [Wang 2013a]. Zhai Kun, Direttore dell'Istituto per gli Studi di
Politica Mondiale CICIR, il più influente think tank cinese di analisi internazionali
vicino al Ministero degli Interni e sotto la supervisione del Comitato Centrale,
ha riassunto in tre punti, le scelte che dimostrano questo cambio di
atteggiamento della politica estera cinese. Il primo è la nascita di una nuova
commissione per la sicurezza nazionale che allinei le politiche del governo
centrale e di quelli territoriali. In secondo luogo vi è l'uso di diverse leve
(economiche, politiche, militari,...) per integrare le azioni della politica estera,
ed in terzo luogo la combinazione di maniere "forti" e "gentili" nell'affrontare i
vari dossier internazionali [Zhai 2014].
8. Xi Jinping e la nuova leadership
Questo ri-orientamento è fortemente caratterizzato dal protagonismo stesso
della leadership cinese, la prima post ’49, cresciuta politicamente sull’onda dei
successi della politica di riforma ed apertura che ha cambiato la pelle al paese.
Il nuovo corso cinese in politica estera è imperniato su tre assunti essenziali. Il
primo è mantenere e garantire la preminenza del Partito Comunista. Una delle
missioni principali della segreteria di Xi è quella di rafforzare il PCC, la cui
legittimità tra le masse è essenzialmente legata a due aspetti: il benessere
economico e materiale e l’identità nazionale. Solo il Partito comunista, che ha
liberato il popolo cinese dal giogo coloniale, che ha tolto dalla povertà milioni di
persone e che sta perseguendo l’obiettivo dell’unità nazionale e del progresso,
può guidare la Cina. Ed il socialismo con caratteristiche cinesi (中国特色社会主义,
zhongguotese shehuizhuyi) diventa lo strumento di mobilitazione di centinaia
di milioni di persone per il perseguimento della comune prosperità [Wang
2016]. Il secondo assunto è legato al fatto che in Cina è presente uno spettro
molto vario di posizioni ed orientamenti sulla politica estera ed il Partito deve
tener conto di questa dialettica. Tra questi, vi è anche chi preme per un cambio
di strategia che punti a stringere alleanze militari, come suggerisce di fare Yan
Xuetong, direttore dell’Istituto di Relazioni Internazionali della prestigiosa
Tsinghua University di Pechino, che esplicitamente afferma che è arrivato il
momento per la Cina di prendere in considerazione la possibilità di cominciare
a costruire basi militari all’estero, abbandonare la politica di aiuti ai paesi e
costruire accordi militari (sul modello Cina-Pakistan), abbracciando una politicadi maggior realismo, degna di una nazione che sta lanciando la sfida
egemonica agli Stati Uniti [Yufan 2016]. Infine c’è chi vede nel nuovo corso in
politica estera il passaggio dal “tao guang yang hui” (韬光养晦, avere un basso
profilo) al “fen fa you wei” (奋发有为, lotta per il successo) [Wang 2016]. Certo,
il cambio di passo rispetto alla massima di Deng è evidente, ma non viene
messo in discussione l’assunto strategico che il leader della seconda
generazione aveva lanciato, ossia la previsione (e l’impegno per il suo paese a
contribuire in tal senso) che nel medio e lungo periodo non ci sarebbe stato un
conflitto mondiale e che quindi la priorità doveva essere rivolta allo sviluppo
del paese. Questo assunto è ancora oggi il perno centrale della politica cinese,
che ne orienta l’azione diplomatica, rispetto ai tavoli di crisi regionale, alla
posizione assunta dalla Cina in seno all’Onu e alla politica di Pechino in ambito
internazionale. Questo fa della Cina l’interlocutore ideale (e ricercato)
dall’attuale Pontefice, la cui missione principale (politica, potremmo dire, più
che pastorale) è quella di costruire una grande alleanza per impedire
l’esplodere di un conflitto mondiale. E questo sarà sicuramente un tema
centrale nei prossimi mesi.
9. Le quattro narrazioni
Il rapporto della Cina con la politica è di tipo concettuale [Kissinger 2015, p.315
ed. digitale] ed infatti, per meglio comprendere i punti messi in rilievo
precedentemente ed indagare le ragioni della svolta nella politica estera
cinese, bisogna tener conto (tra le altre) di quattro narrazioni, come suggerito
da Varrall. La prima riguarda il riscatto dal “secolo dell’umiliazione”, un tema
sottaciuto in Occidente ma che in Cina continua ad essere vissuto come uno
spartiacque fondamentale nella storia del paese. Prima che l’Inghilterra desse
l’avvio alla prima Guerra dell’Oppio (1839-1842) la Cina aveva goduto di un
tenore di vita simile a quello delle grandi potenze europee; con l’avvio della
guerra cominciò drasticamente a calare, dando vita a quel processo che
Kenneth Pomeranz ha chiamato la “grande divergenza”. Allo zenit europeo
delle grandi potenze coloniali, si affiancò il nadir dell’arretratezza cinese,
accentuato poi dalla seconda Guerra dell’Oppio (1856-1860), dallo
smembramento territoriale e dalla repressione della rivolta dei Boxer (1899-
1901), fino all’”olocausto dimenticato” dello “stupro di Nanchino” ad opera
dell’esercito imperiale giapponese (1937-1938): il singolo episodio più
sanguinoso di tutta la seconda guerra mondiale. Al termine del conflitto bellico
la Cina, dall’apogeo della dinastia Qing, era precipitata ad essere la nazione più
povera del mondo. Il Partito Comunista Cinese giunge al potere sulla base di un
patto sociale [Losurdo 1999, p.114] incentrato sulla promessa di porre fine alla
condizione semicoloniale e semifeudale della Cina (11): compito della
rivoluzione è dunque quello della rinascita della nazione cinese e del suo
sviluppo, dopo la sciagurato periodo di oppressione. Lo sforzo di Xi e
dell’attuale leadership muove le mosse dalla consapevolezza che la Cina oggi è
un grande paese (il cui sviluppo la sta affrancando dalla sofferenza e dalleumiliazioni del passato) e che questo aspetto costituisce uno dei punti centrali
del patto sociale tra il Partito comunista e la nazione nel suo complesso, base
essenziale della sua legittimazione e del suo potere.
Un secondo aspetto è relativo alle invariate caratteristiche culturali della
politica estera. Gli analisti che vogliono vedere nella nuova assertività cinese
una tratto nazionalistico che rompe con la cultura tradizionale commettono tre
ordini di errori. «In primo luogo ignorano il peso che la questione nazionale ha
sempre avuto nello sviluppo del comunismo cinese. In secondo luogo rimuove il
nesso tra emancipazione nazionale ed emancipazione sociale, che costituisce
un elemento essenziale del marxismo e del leninismo» ed in terzo luogo
nasconde la differenza fondamentale tra la difesa dell’indipendenza e della
dignità nazionale (che è perfettamente compatibile col riconoscimento e la
difesa della dignità delle altre nazioni) ed un nazionalismo esaltato ed
aggressivo (che distingue tra “popolo di eletti” e popoli destinati al servaggio).
Il rifiuto dell’egemonismo è costitutivo del patto sociale a cui fa riferimento il
PCC di ieri e di oggi [ibidem, p. 130-132]. Nel report al 18° Congresso
leggiamo: «La Cina si è impegnata per la soluzione pacifica delle controversie
internazionali e dei dossier più critici, si oppone all'uso sfrenato della forza o
alla minaccia di usarla, si oppone a qualsiasi tentativo straniero di sovvertire il
governo legittimo di tutti gli altri paesi, e si oppone al terrorismo in tutte le sue
manifestazioni. La Cina si oppone all'egemonismo ed alla politica di potenza in
tutte le sue forme, non interferisce negli affari interni di altri paesi e non
cercherà mai l'egemonia o sarà coinvolta in politiche di espansione» [Hu 2012].
La terza chiave interpretativa risiede nell’importanza data alla storia, matrice
del destino della nazione cinese. È un approccio culturale molto diverso dal
modello occidentale di ordine globale basato sull’equilibrio tra stati in
competizione. In questa prospettiva l’ascesa cinese non è un fatto nuovo, al
contrario ristabilisce schemi storici. Non stupisce infatti che il presidente Xi
abbia illustrato il progetto della Nuova Via della Seta, iniziando il suo discorso
dal ruolo svolto da un emissario cinese della Dinastia Han, più di 2.100 anni fa,
per giungere alle composizioni musicali dei primi del Novecento. Questo
bagaglio culturale influenza ancora notevolmente le scelte della leadership
cinese (che è la prima ad aver avuto accesso ad un’istruzione universitaria
internazionale) e costituisce un altro elemento di legittimità della loro azione.
Sottovalutare questo aspetto significa non comprendere la prospettiva a lungo
corso nella quale si inseriscono le politiche del Partito.
Infine la quarta chiave è quella della pietas filiale e dei doveri familiari. La cosa
non deve stupirci: la parola Stato, in cinese, è 国家, “guojia”, combinazione tra i
caratteri “nazione” (国, guo) e “famiglia” (家, jia), per cui è connaturato con la
cultura cinese considerare le “questioni dello stato” come “questioni familiari”
(12). La rottura rispetto alla cultura classica consiste nel superamento della
visione sino-centrica e gerarchica degli affari dello stato. Se la Cina imperialeaffidava a se stessa un ruolo di “fratello maggiore” e faro della civiltà, esigendo
rispetto ed obbedienza dai “fratelli minori” (i paesi confinanti), oggi ci troviamo
di fronte ad un progetto di ambizioso sviluppo del soft power (di cui, la
diffusione degli Istituti Confucio in tutto il mondo è solo un aspetto, cfr.: [Hartig,
2016]) e del community buildig asiatico, che non è ancora l’istituzione di un
nuovo ordine, ma pone le basi per la sostituzione di quello centrato
sull’egemonia planetaria degli Usa e del dollaro.
Conclusioni
È del tutto evidente che la visione della Cina del suo ruolo in Asia e nel mondo
è ancora in evoluzione. Quale sarà la sintesi delle posizioni interne al paese e
come evolverà il linguaggio pubblico, sarà il frutto anche dell'interazione col
mondo esterno, di come verrà combinata la difesa degli interessi vitali, con la
costruzione di un nuovo ordine internazionale. Tutto questo rappresenta una
grossa sfida, innanzi tutto per noi. Continueremo a chiedere una Cina più
aperta ed integrata col mondo, imponendo però le nostre regole e condizioni,
oppure accetteremo di confrontarci con le richieste di questo grande paese per
governare il caos che emerge minaccioso ai nostri confini e nel cuore delle
nostre città? Continueremo a promuovere gli scambi culturali o a chiudere gli
Istituti Confucio delle nostre Università, considerandoli propaggine del sistema
di propaganda del PCC? E sapremo accettare la sfida che il Beijing Consensus
[Ramo 2004] rappresenta per vaste aree del mondo e l’interesse che comincia
a manifestarsi in settori (per oggi piccoli) delle nostre società?
La seconda sfida è per il PCC. Nel raggiungimento degli obiettivi nazionali la
dirigenza comunista si sta ponendo anche il problema della riformulazione delle
regole internazionali (la Cina non ha partecipato alla scrittura delle regole
esistenti) e dell’affermazione di un sistema socialista capace di vincere la sfida
del suo tempo. Ma come in una lunga partita di ping pong, più la Cina accetta
le regole del gioco, più le richieste presentate spingono per una cambio del suo
sistema economico-sociale (13). Fin dove sarà possibile il compromesso? E
come riuscirà questa leadership ad attuare le riforme che considera prioritarie
(tra le quali quella dell’economia, del sistema bancario e delle aziende di
stato), senza che la ricerca della legittimazione internazionale, minacci la
natura socialista della società? È una delle sfide più grosse che il PCC ha di
fronte a sé. Ed anche una delle più affascinanti.
Nota: Nel testo, ove possibile, si è preferito riportare anche i caratteri cinesi dei
nomi propri, come pure di alcune locuzioni del linguaggio politico (di cui si
scrivono caratteri e pinyin, senza toni). Questo per mantenere un riferimento
col linguaggio originale dei documenti, la cui traduzione, a volte, non tiene
fede identicamente al significato originale.Note
(1) Cfr.: Sorini sul precedente numero della rivista e gli articoli di Bertozzi sul sito
internet (vedi bibliografia).
(2) Per il saggio del Prof. Wang, cfr.: [Wang 2014], mentre per le chiavi narrative, cfr.:
[Varrall 2015]. Le tesi esposte in questo articolo, però, non rappresentano in alcun
modo le idee degli studiosi sopra citati, i cui saggi sono stati presi come guida
narrativa per i temi esposti.
(3) La formulazione usata da Xi è la seguente: «Io ritengo che l’obiettivo di realizzare
una società moderatamente prospera sotto molti aspetti possa essere raggiunto entro
il 2021, quando il PCC celebrerà il suo centenario: l’obiettivo di edificare la Cina come
moderna nazione socialista, prospera, forte, democratica, culturalmente avanzata ed
armoniosa potrà essere raggiunto entro il 2049, quando la Repubblica Popolare Cinese
raggiungerà il suo centenario; ed il sogno di un rinnovamento della nazione cinese
sarà così realizzato» [Xi 2014, p.38].
(4) In epoca imperiale la Cina definiva se stessa “tutto quanto c’è sotto il Cielo” ( 天下,
tianxia). Il centro del mondo coincideva con la corte imperiale (la Città Proibita) ed il
potere si propagava verso l’esterno in modo concentrico, coinvolgendo in maniera
gerarchica gli ufficiali, i cittadini comuni, gli stati tributari vicini, i barbari (ossia i non
cinesi). Fu dall’incontro con il gesuita italiano Matteo Ricci che la Cina cambiò l’idea
che aveva di se stessa. Ricci disegnò per l’imperatore una mappa del mondo ponendo
la Cina al suo centro. Da lì nacque la Cina (come definizione, percezione di se stessa
nel mondo e nuova politica estera) come Regno di Mezzo ( 中国 zhongguo, Cina) e non
più come “tutto quanto sotto il Cielo”.
(5) Secondo Jeremy Page del Wall Street Journal, lo spin doctor dei concetti ideologici
assunti dal PCC come implementazione della teoria marxista cinese dopo
l'elaborazione di Marx, Lenin, Mao e Deng, è Wang Huning ( 王沪宁), teorico e membro
del Politburo del Partito. Cfr.: [Page 2013].
(6) E’ Kissinger a parlare di osmosi per il passato imperiale della Cina: «La Cina non
aveva cercato di esportare il suo sistema politico: aveva invece visto altri accedervi. In
questo senso essa si è espansa non per conquista, ma per osmosi» [Kissinger 2015,
p.300 ed. digitale].
(7) Cfr.: [Mod 2015]; [The Economist 2016a]; [Dean 2016].
(8) A tale riguardo è interessante notare quanto scrive Sisci: «(...) in una Cina
democratica si assisterebbe ad una crescita delle proteste antigiapponesi ed
antiamericane, le istanze nazionaliste sarebbero difficilmente controllabili (...).
(...)paradossalmente una Cina non democratica, in grado di controllare meglio la
propria opinione pubblica, rappresenterebbe un pericolo inferiore per gli Stati Uniti di
una Cina democratica spinta e pungolata dalle dimostrazioni di strada» [Sisci 2006,
p.228]. L’autore usa il termine “democratico” come sinonimo di “democrazia
occidentale”.
(9) Cfr.: WSJ, 2014. Anche il famoso economista cinese Justin Lin Yifu (林毅夫), ha usato
questa espressione; cfr.: [Jin 2015].(10) Il consigliere ed ex Ministro Yang Jiechi ( 杨洁篪 ), ha messo in evidenza lo stretto
connubio tra il Sogno Cinese e la nuova politica estera di Pechino. Cfr.: [Yang 2013].
(11) Mao, alla vigilia della presa del potere, dichiarerà: «La nostra non sarà più la
nazione soggetta all’insulto e all’umiliazione. Ci siamo alzati in piedi» [Mao 1998, p.
88].
(12) Si capisce come mai la figura dello Stato con quella del Partito sono un tutt'uno:
non per la totale mancanza di democrazia – come si teorizza in Occidente- ma perché
è connaturata con la cultura del paese l’idea che l'obbligo familiare, tradizionalmente
riservato per il nucleo familiare, sia anche previsto per il partito-stato.
(13) È una partita complessa: la Cina entra nel WTO e gli Usa rilanciano coi trattati
TTIP e TPP (definiti da Hilary Clinton come la Nato economica), permettono al renminbi
di entrare nel paniere del FMI, ma fanno una strenua battaglia per non riconoscere alla
Cina lo status di “economia di mercato”, ottengono passi avanti in materia della
proprietà intellettuale e chiedono la liberalizzazione del settore bancario,...
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L’ultimo accesso ai siti internet riportati risale al 4 Aprile 2016.La politica estera cinese dopo il 18° Congresso

di: Francesco Maringiò

Per i lettori di questa rivista il tema della politica estera della Repubblica

Popolare Cinese non è affatto nuovo (1). Questo articolo si concentra sulle

novità emerse dopo il 18° Congresso del Partito Comunista Cinese (Novembre

2012) cercando di mettere a fuoco le priorità e gli interessi strategici che

Pechino vuole preservare per raggiungere i propri obiettivi, che sappiamo

essere ambiziosi. Come si lega il Sogno Cinese con lo sviluppo delle relazioni

internazionali? Davvero il Pcc sta abbandonando la strategia indicata da Deng

Xiaoping di «nascondere le capacità e mantenere un basso profilo»? Dobbiamo

avere paura di un paese che emerge rapidamente come grande attore

planetario? E qual è il contributo specifico che il Presidente Xi, così temuto e

criticato in Occidente (cfr.: The Economist 2016b ), sta imprimendo al nuovo

corso cinese? Nelle pagine che seguono cercheremo di dare alcune risposte a

queste (ed altre) domande, consapevoli che il tema meriterebbe un

approfondimento maggiore, anche tra le istituzioni italiane, che dovrebbero

saper cogliere l’opportunità dei grandi cambiamenti in corso per riorientare la

politica estera del nostro Paese e smetterla, finalmente, di vedere la Cina o

come una grande minaccia oppure come un’occasione di business a basso

contenuto tecnologico. Di tale miopia politica, sinceramente, faremmo tutti

volentieri a meno.

Wang Yizhou ( 王 逸 舟 ), professore di Politica Internazionale e Politica Estera

Cinese dell'Università di Pechino, nel chiedersi quali siano le trasformazioni

accorse alla politica internazionale del suo Paese e le sfide che la attendono, ci

fornisce una scaletta di punti che vale la pena seguire per evidenziare le novità

emerse dal Congresso. Tali aspetti saranno inquadrati nell’ultima parte

dell'articolo usando quattro chiavi narrative (2).

1. Il Sogno Cinese

Uno dei concetti principali elaborato dalla nuova leadership collettiva eletta al

18° Congresso è quello del Sogno cinese ( 中 国 梦 zhongguo meng), di cui ha

parlato per la prima volta Xi Jinping il 29 Novembre 2012 come viatico per il

“rinnovamento della nazione” e che fissa gli “obiettivi centenari” ( 两个一百年目

标 liangge yibainian mubiao) della Cina, ossia: a) raddoppiare il Pil pro capite

entro il 2021, centenario della fondazione del PCC; b) emergere come prima

economia entro il 2049, centenario della fondazione della RPC (3).

Il Sogno cinese è stato visto all’estero come il manifestarsi di una dottrina

nazionalista che evidenziava l’emergere di uno status di grande potenza, quasi

un ritorno alla dottrina imperiale che immaginava la Cina come il centro di un

sistema gerarchico basato sui tributi (4), al punto che l’Economist ha dedicato

la copertina al presidente cinese, vestendolo con un abito di foggia mandarinaed affermando che, sebbene il Sogno cinese «sembri riecheggiare il sogno

americano, la qualcosa è benvenuta, soffia anche sul fuoco del nazionalismo e

del rinascente autoritarismo» [The Economist 2013]. Quanto il Sogno cinese

abbia in comune (e quanto diverga) col concetto del Sogno americano è in

realtà oggetto di viva discussione tra gli accademici ed ha suscitato interesse e

speculazioni tra analisti e politici in patria come all’estero. Alcuni hanno

concepito questa teoria come una sistematizzazione del socialismo con

caratteristiche cinesi, ipotizzando che dietro la “Teoria delle Tre

Rappresentatività” (sange daibiao 三 个 代 表 ) di Jiang Zemin e il “Concetto

Scientifico di Sviluppo” (科学发展观, kexue fazhan guan) di Hu Jintao, ci fosse lo

stesso mentore (5). A mio personale e modesto avviso questa è una lettura

sbagliata. Il lascito teorico di Xi (sebbene sia ancora presto per dirlo)

probabilmente sarà la “Teoria dei Quattro Comprensivi” ( 四 个 全 面 , sige

quanmian), mentre il concetto del Sogno cinese permette di «infondere di

nuova energia il socialismo con caratteristiche cinesi» [Qiushi 2013],

adattandolo al contesto mutato degli ultimi anni, così da costruire un nuovo

linguaggio comune nel mondo, una “Tianxia”, che «non è precisamente una

cultura condivisa, quanto una sensibilità comune, ossia comprendere che

viviamo tutti nello stesso mondo e dobbiamo saper condividere un qualche tipo

di comprensione comune e tollerare le idee degli altri. È diverso dal concetto di

impero» [Sisci 2014, p.431 ed. digitale]. Un rinascente soft power cinese

(rinascente proprio perché, secondo il sinologo Scarpari, questo concetto è

nato con Confucio [Cappelletti 2015]) che permette alla Cina di costruire una

nuova immagine per porsi come punto di riferimento anche per gli altri.

Sicuramente uno degli obiettivi del Sogno, riflesso sulla politica estera cinese, è

quello di porre a sintesi le differenti visioni presenti all’interno del Partito e

proiettare una nuova immagine della Cina capace, come in passato, di

suscitare consenso. Una nuova “Tianxia” che sostituisce però al sistema dei

tributi quello dell’osmosi culturale (6). Non stupisce pertanto che gli analisti ed

i politici occidentali siano disorientati di fronte a questa impostazione: è quanto

più distante possa esserci dai principi vestfaliani.

2. La riforma militare

Uno degli aspetti nevralgici del nuovo corso cinese è la riforma del comparto

della sicurezza e della difesa (7). Le ragioni sono diverse ma, tra queste, vi è

certamente l’esigenza di adeguare la Difesa al nuovo contesto globale ed alla

nuova assertività cinese nelle relazioni internazionali. La riforma si sta

articolando e compiendo negli ultimi mesi, tuttavia alcuni segnali sono evidenti

da tempo, soprattutto per il ruolo crescente della Marina. Il 24 luglio 2012,

l’Esercito di Liberazione del Popolo ha installato una zona di comando nel

presidio di Shansha (nella provincia dell’Hainan) responsabile della sicurezza

marittima del Mar Cinese Meridionale. Il 23 Novembre 2013 il Ministero della

Difesa ha annunciato la costituzione dello spazio aereo di difesa sul Mar Cinese

Orientale, immaginando di istituirne degli altri qualora fosse necessario. Èevidente come il livello di proiezione esterna dell’esercito cinese sia

aumentato, in risposta alla percezione di una crescente minaccia che ha ragioni

molteplici. La prima sfida viene sicuramente dall’interno: nella società cinese è

forte una componente nazionale, in cui albergano anche ambizioni globali: una

percezione di sé e del mondo che i successi e le vittorie conseguite negli ultimi

anni nei più svariati campi non hanno fatto altro che alimentare. Tale approccio

lo si vede con l’insorgere di vigorose mobilitazioni di piazza, che si manifestano

quando l’integrità e l’orgoglio nazionale sembrano essere minacciati da fattori

esteri. Una forte spinta e pungolo alle istituzioni che viene disciplinato dalla

élite politica del Partito comunista. Su questa componente – lo scriviamo per

inciso perché non è il tema centrale di questo contributo - agiscono le forze

anticinesi che puntano al rafforzamento di un settore “nazionalista” che spinga

la Cina verso una politica aggressiva. Cosa che giustificherebbe l’Occidente, in

primis gli Usa, ad agire militarmente (8). La seconda sfida viene dall’esterno, in

particolare da quanti vogliono fermare l’ascesa cinese, direttamente oppure

attraverso un sistema di alleanze che esclude la Cina o la riconosce come

nemico. Da questo punto di vista, la politica del ribilanciamento verso l’Asia

attuato dall’Amministrazione Obama col Pivot to Asia (2012) e dall’Accordo

Trans Pacifico TPP (2015) hanno dato la percezione ad alcuni analisti cinesi che

si stesse attuando l’”ABC policy”: anything but China, tutto fuorché la Cina.

Un’altra minaccia, non meno importante, è rappresentata dall’intreccio tra

fattori esterni ed interni, come è il tentativo di fomentare dall’esterno rivolte e

separatismi di minoranze etniche e religiose per minare l’unità del Paese. In

questo campo, dalla traduzione in uiguro e tibetano (con relativa diffusione e

proselitismo) del manuale per le rivoluzioni colorate di Gene Sharp, fino ai

collegamenti dei fondamentalisti islamici dello Xinjiang con lo Stato Islamico

attivo in Siria ed Iraq, gli esempi sono molteplici.

3. Nuovo tipo di relazioni tra grandi nazioni

Il 7-8 Giugno 2013, Xi Jinping ha incontrato Obama, tappa finale di un lungo

viaggio nelle Americhe iniziato con la visita di stato in diversi paesi

latinoamericani e concluso col vertice statunitense di Sunnylands. In questa

occasione il presidente cinese ha tenuto un discorso molto importante per le

relazioni con gli Usa (cfr.: Xi 2014, pp. 306-308), mettendo l’accento sui fronti

di mutua cooperazione tra di due paesi (incluse nuove relazioni militari e

misure congiunte nel campo della cyber security), la promozione del dialogo a

tutti i livelli e una nuova strategia di gestione delle differenze. Il nuovo modello

di relazione sino-americano lanciato da Xi si impernia su tre assunti: a) evitare

conflitti ed escalation, impegnandosi invece nella gestione delle differenze e

delle dispute attraverso il dialogo; b) rispetto reciproco, non solo degli interessi

vitali dell’altro, ma anche del suo corpus di valori sociali e politici; c)

cooperazione alla pari, ossia il superamento di qualunque visione gerarchica e

la costruzione di un rapporto tra eguali e reciprocamente vantaggioso. In

sostanza il presidente cinese propone agli Usa un accordo di pace ecooperazione, ribadendo implicitamente che la Cina è un grande paese al pari

degli Usa e non più un paese in via di sviluppo, come avevano fatto i suoi

predecessori. Un messaggio direttamente lanciato a quei settori

dell’Amministrazione che da tempo insistono per un “patto con la Cina”, al

posto di una politica aggressiva e della sfida militare (cfr.: Molinari 2012).

Xi ha proposto un nuovo modello di relazione (la: 新型大国关系, xinxing daguo

guanxi), la cui traduzione evidenza una diversa interpretazione tra la Cina e

l’Occidente. Nel secondo caso, infatti, si interpretano le parole del leader cinese

come un “nuovo tipo di relazioni tra grandi potenze”, al posto della traduzione

ufficiale che recita: «Cina ed Usa dovrebbero lavorare insieme per dare vita ad

un nuovo modello di relazioni tra grandi nazioni attraverso lo sviluppo del

dialogo, la promozione di una fiducia reciproca, l’allargamento della

cooperazione e il controllo delle dispute» [Xi 2014 p.308] (corsivo mio, nel testo

inglese l’espressione è: “new model of major-country relationship”). Non è una

disputa terminologica superficiale. Come ci fa notare Su Hao, Visiting Professor

presso la Luiss di Roma e docente di Politica Estera e Diplomazia Cinese presso

la China Foreign Affairs University di Pechino, il « (...)concetto di potere, o

grande potenza(...), nasconde in sé la volontà di uno Stato di proiettare la

propria potenza, e dunque il proprio potere, su di un altro: un atteggiamento,

questo, che, di fatto, non si configura nel caso della Cina. (...) Non pensiamo

che ciò sia possibile, perché giocare un ruolo “egemonico” all’interno del

sistema politico internazionale non è negli interessi strategici della Cina.

Piuttosto, il potere a livello globale dovrebbe essere condiviso. (...)Tale

cooperazione è da intendersi altamente inclusiva e, oltre agli Stati Uniti,

potrebbe comprendere diversi paesi come, ad esempio, il Brasile e la Russia,

ma anche la Germania» [Menegazzi 2015].

4. Le Vie della Seta

Questo è un piano strategico di lungo corso con forti implicazioni economiche e

politiche, che si proietta via terra e via mare. Nel primo caso il progetto prende

il nome di Fascia Economica della Via della Seta ( 丝绸之路经济带, sichou zhi lu

jingji dai) e coinvolge i paesi dell’Asia centrale, occidentale, del Medio Oriente e

dell’Europa. L’idea è stata illustrata per la prima volta dal presidente Xi in un

significativo discorso tenuto alla Nazarbayev University in Kazakistan. Egli,

partendo dalle radici storiche della Via della Seta (circa 200AC) è arrivato a

stabilire l’importanza di un nuovo progetto che riesca a rafforzare il rapporto

tra i paesi dell’Asia centrale, sia sul piano bilaterale che all’interno della cornice

dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai [Xi 2014 pp.315-319]. Il

secondo braccio di questo ambizioso progetto è la Via della Seta Marittima del

21° Secolo (21 世纪海上丝绸之路, 21 shiji haishang sichiu zhi lu) che interessa i

paesi del sudest asiatico, Oceania e Nord Africa. Questo, è stato presentato in

un discorso pubblico del presidente cinese al parlamento indonesiano [Xi 2014

pp.320-324], durante il quale ha anche fatto menzione all’importanza dellacostruzione della comunità Cina-Asean ed alla realizzazione di una Banca

Asiatica per gli Investimenti e le Infrastrutture che, forte dell’ingresso di 31

stati membri ed un capitale di 100 miliardi di dollari (la metà delle riserve della

Banca Mondiale), ha visto una strenua opposizione da parte degli Stati Uniti

(cfr.: [Keck 2014] e [Rapoza 2015]). A questo progetto va considerato anche il

contributo dato dalla realizzazione del Corridoio Economico Cina-Pakistan e di

quello Bangladesh-Cina-India-Myanmar, oltre all’istituzione del Fondo Via della

Seta (Dicembre 2014), interamente pubblico a capitale cinese e con una

riserva di 40 miliardi di dollari a sostegno dei progetti di sviluppo sopra citati.

Questo piano, non a caso ribattezzato da alcuni come “il Piano Marshall

cinese”(9), ha l’ambizione di racchiudere diversi scopi il più importante dei

quali, probabilmente, è la proiezione su scala regionale del diverso modello di

sviluppo cinese che, contrariamente ai dettami mainstream degli economisti

neoclassici (le cui ricette a base di modelli a breve termine incentrati su export

e consumi interni si sono rivelate disastrose ovunque applicate), punta invece

su progetti a lungo termine basati su investimenti massicci e sistematici di tipo

infrastrutturale. Accanto a questo, il progetto punta a realizzare una rete di

infrastrutture ferroviarie ad alta velocità dall’Oceano Pacifico al Mar Baltico

(conseguenza non secondaria di ciò è il fatto che questo network ferroviario

possa offrire una soluzione alle dispute sul Mar Cinese Meridionale, aiutando a

mitigare le tensioni tra Cina e Vietnam), a sviluppare i commerci (l’obiettivo è

arrivare a rimuovere la barriere doganali) e dare impulso alla circolazione

monetaria. In altre parole, la Cina e gli stati dell’Asia Centrale useranno le loro

monete per le partite correnti sul commercio e gli investimenti. Questo, oltre a

mettere al riparo la regione da turbolenze finanziarie e contagi da crisi

economiche dell’eurozona e dagli Usa, significa estromettere il dollaro dagli

scambi mondiali di una delle più dinamiche ed emergenti aree economiche del

pianeta.

6. Cina-Africa: una relazione speciale

Quello col continente africano è un rapporto storico, sviluppato sin dalla prima

generazione dei dirigenti che hanno fondato la Repubblica Popolare. Ma non è

solo questo a rendere il legame particolare: c’è un vincolo economico e politico

fortemente intenso. L’Africa è il primo partner commerciale cinese, con un

volume di affari che cresce anno dopo anno (era circa 10 miliardi di dollari nel

2000, dopo 12 anni ha raggiunto quota 198,4 miliardi), ed un rapporto politico

e diplomatico molto intenso: per la prima volta dalla sua fondazione, la Cina ha

mandato 170 militari (e non più solo personale di supporto –medici, ingegneri,

...- come aveva sin qui fatto) nel Mali nell’ambito della missione Onu, ha aperto

la prima base militare all’estero (a Gibuti) e svolto una diretta azione

diplomatica su dossier molto importanti come nel caso del Sud Sudan e

dell’Etiopia. Nel suo primo viaggio da Presidente, Xi ha ribadito che la Cina

supporterà i paesi africani nella soluzione delle controversie regionali, nel

rafforzamento delle relazioni con le organizzazione continentali (a partiredall’Unione Africana) e che darà nuovo impulso alle aziende cinesi per investire

nel continente. Nel suo discorso [Xi 2014 pp.333-341] ha più volte sottolineato

come l’aiuto cinese sia totalmente svincolato da ogni forma di ingerenza negli

affari interni dei paesi, e che la Cina «crede nell’uguaglianza tra le nazioni,

piccole o grandi, forti o deboli, ricche o povere» e che si «oppone alla

prepotenza del grosso contro il piccolo, del forte che spadroneggia sul debole e

del ricco che opprime il povero» [ibid. p.337]. Basta discutere con i dirigenti di

questi paesi per rendersi conto di come questi non considerino affatto la Cina

un paese imperialista o colonialista ma un partner diverso dalle potenze

europee, protagoniste dello sfruttamento coloniale o di politiche di “aiuto”

legate alla pretesa di imporre il proprio modello culturale e politico. E per

questo sta diventando un modello di riferimento. Proprio mentre l’Ue strozza la

Grecia chiedendo la riscossione di un debito che essa stessa ha contribuito a

rendere insostenibile, la Cina si impegna a cancellare 60 miliardi di debito dei

paesi africani (nel 2009 lo aveva azzerato a 32 paesi dell’area), di cui 40 milioni

allo Zimbabwe, che ha così deciso di dare corso legale nel suo paese al

renminbi cinese [The Guardian 2015]. Segno inequivocabile della capacità

egemonica di Pechino nel continente africano. Non deve quindi stupire che

questa nuova assertività cinese in politica estera sia salutata con favore dalla

classe dirigente in Africa, come dimostra l’affermazione di questo importante

dirigente sudafricano, per il quale il maggior protagonismo cinese è condizione

essenziale per la pace: «crediamo che la Cina dovrà e vorrà, a breve, elaborare

una politica estera di maggior “protagonismo”, per assicurare la pace a tutti,

particolarmente alle regioni del mondo in cui i lavoratori si trovano ancora sotto

il giogo dell'aggressione imperialista e della dominazione egemonica delle

nazioni potenti» [Chris Mathlako in: AA.VV. 2013, p. 130].

7. Un nuovo tipo di relazioni internazionali

La maggiore assertività cinese in politica estera è funzionale al raggiungimento

degli obiettivi domestici. Questa scala di priorità viene esplicitata dal Ministro

per gli Affari Esteri che ribadisce come l’obiettivo sia quindi quello di creare un

clima internazionale più favorevole allo sviluppo cinese (10) attraverso questo

cambio di passo. A tal proposito, Wang Yi dichiara: «sono sicuro che tutti voi

siete rimasti colpiti dagli obiettivi raggiunti dalla Cina negli ultimi anni, dal

punto di vista diplomatico. (...) Nella nostra diplomazia, saremo più attivi nella

difesa dei nostri legittimi interessi nazionali. Saremo più dinamici nel soddisfare

le responsabilità che ci spettano a livello internazionale» [Wang 2016], «la Cina

è pronta a fare la sua parte» [Wang 2013b]. Un cambio di passo evidente,

denominato un “nuovo tipo di relazioni internazionali” ( 新 型 国 际 关 系 , xinxing

guoji guanxi), che tuttavia non va confuso con un’attitudine egemonica e di

dominio. È ancora il Ministro a chiarirlo solennemente in un discorso all’Onu:

«circa 40 anni fa, proprio da questo podio, il leader cinese Deng Xiaoping ha

solennemente asserito, a nome del governo, che la Cina non avrebbe mai

cercato di esercitare un'egemonia sul mondo. Oggi, tale affermazione rimaneun immutato impegno e convinzione. La Cina ha onorato, e continuerà a farlo

ancora, la sua promessa di essere una strenua forza a difesa della pace nel

mondo.» [ibidem]. La Repubblica Popolare lavora per un nuovo sistema di

governance globale che abbia l’Onu al centro, ma in cui sia evidente il peso

delle aree emergenti del pianeta, grazie al ruolo delle reti multidimensionali

(G20, BRICS,...) che la Cina attivamente promuove e che fungono da leviatano

per un nuovo ordine mondiale multipolare: «gli sforzi dovrebbero essere

concentrati a migliorare il quadro internazionale con al centro lo sviluppo delle

Nazioni Unite ed il sostegno delle istituzioni multilaterali. (...) La cooperazione a

livello regionale e sub-regionale può svolgere un ruolo pionieristico e

sperimentale» [Wang 2013a]. Zhai Kun, Direttore dell'Istituto per gli Studi di

Politica Mondiale CICIR, il più influente think tank cinese di analisi internazionali

vicino al Ministero degli Interni e sotto la supervisione del Comitato Centrale,

ha riassunto in tre punti, le scelte che dimostrano questo cambio di

atteggiamento della politica estera cinese. Il primo è la nascita di una nuova

commissione per la sicurezza nazionale che allinei le politiche del governo

centrale e di quelli territoriali. In secondo luogo vi è l'uso di diverse leve

(economiche, politiche, militari,...) per integrare le azioni della politica estera,

ed in terzo luogo la combinazione di maniere "forti" e "gentili" nell'affrontare i

vari dossier internazionali [Zhai 2014].

8. Xi Jinping e la nuova leadership

Questo ri-orientamento è fortemente caratterizzato dal protagonismo stesso

della leadership cinese, la prima post ’49, cresciuta politicamente sull’onda dei

successi della politica di riforma ed apertura che ha cambiato la pelle al paese.

Il nuovo corso cinese in politica estera è imperniato su tre assunti essenziali. Il

primo è mantenere e garantire la preminenza del Partito Comunista. Una delle

missioni principali della segreteria di Xi è quella di rafforzare il PCC, la cui

legittimità tra le masse è essenzialmente legata a due aspetti: il benessere

economico e materiale e l’identità nazionale. Solo il Partito comunista, che ha

liberato il popolo cinese dal giogo coloniale, che ha tolto dalla povertà milioni di

persone e che sta perseguendo l’obiettivo dell’unità nazionale e del progresso,

può guidare la Cina. Ed il socialismo con caratteristiche cinesi (中国特色社会主义,

zhongguotese shehuizhuyi) diventa lo strumento di mobilitazione di centinaia

di milioni di persone per il perseguimento della comune prosperità [Wang

2016]. Il secondo assunto è legato al fatto che in Cina è presente uno spettro

molto vario di posizioni ed orientamenti sulla politica estera ed il Partito deve

tener conto di questa dialettica. Tra questi, vi è anche chi preme per un cambio

di strategia che punti a stringere alleanze militari, come suggerisce di fare Yan

Xuetong, direttore dell’Istituto di Relazioni Internazionali della prestigiosa

Tsinghua University di Pechino, che esplicitamente afferma che è arrivato il

momento per la Cina di prendere in considerazione la possibilità di cominciare

a costruire basi militari all’estero, abbandonare la politica di aiuti ai paesi e

costruire accordi militari (sul modello Cina-Pakistan), abbracciando una politicadi maggior realismo, degna di una nazione che sta lanciando la sfida

egemonica agli Stati Uniti [Yufan 2016]. Infine c’è chi vede nel nuovo corso in

politica estera il passaggio dal “tao guang yang hui” (韬光养晦, avere un basso

profilo) al “fen fa you wei” (奋发有为, lotta per il successo) [Wang 2016]. Certo,

il cambio di passo rispetto alla massima di Deng è evidente, ma non viene

messo in discussione l’assunto strategico che il leader della seconda

generazione aveva lanciato, ossia la previsione (e l’impegno per il suo paese a

contribuire in tal senso) che nel medio e lungo periodo non ci sarebbe stato un

conflitto mondiale e che quindi la priorità doveva essere rivolta allo sviluppo

del paese. Questo assunto è ancora oggi il perno centrale della politica cinese,

che ne orienta l’azione diplomatica, rispetto ai tavoli di crisi regionale, alla

posizione assunta dalla Cina in seno all’Onu e alla politica di Pechino in ambito

internazionale. Questo fa della Cina l’interlocutore ideale (e ricercato)

dall’attuale Pontefice, la cui missione principale (politica, potremmo dire, più

che pastorale) è quella di costruire una grande alleanza per impedire

l’esplodere di un conflitto mondiale. E questo sarà sicuramente un tema

centrale nei prossimi mesi.

9. Le quattro narrazioni

Il rapporto della Cina con la politica è di tipo concettuale [Kissinger 2015, p.315

ed. digitale] ed infatti, per meglio comprendere i punti messi in rilievo

precedentemente ed indagare le ragioni della svolta nella politica estera

cinese, bisogna tener conto (tra le altre) di quattro narrazioni, come suggerito

da Varrall. La prima riguarda il riscatto dal “secolo dell’umiliazione”, un tema

sottaciuto in Occidente ma che in Cina continua ad essere vissuto come uno

spartiacque fondamentale nella storia del paese. Prima che l’Inghilterra desse

l’avvio alla prima Guerra dell’Oppio (1839-1842) la Cina aveva goduto di un

tenore di vita simile a quello delle grandi potenze europee; con l’avvio della

guerra cominciò drasticamente a calare, dando vita a quel processo che

Kenneth Pomeranz ha chiamato la “grande divergenza”. Allo zenit europeo

delle grandi potenze coloniali, si affiancò il nadir dell’arretratezza cinese,

accentuato poi dalla seconda Guerra dell’Oppio (1856-1860), dallo

smembramento territoriale e dalla repressione della rivolta dei Boxer (1899-

1901), fino all’”olocausto dimenticato” dello “stupro di Nanchino” ad opera

dell’esercito imperiale giapponese (1937-1938): il singolo episodio più

sanguinoso di tutta la seconda guerra mondiale. Al termine del conflitto bellico

la Cina, dall’apogeo della dinastia Qing, era precipitata ad essere la nazione più

povera del mondo. Il Partito Comunista Cinese giunge al potere sulla base di un

patto sociale [Losurdo 1999, p.114] incentrato sulla promessa di porre fine alla

condizione semicoloniale e semifeudale della Cina (11): compito della

rivoluzione è dunque quello della rinascita della nazione cinese e del suo

sviluppo, dopo la sciagurato periodo di oppressione. Lo sforzo di Xi e

dell’attuale leadership muove le mosse dalla consapevolezza che la Cina oggi è

un grande paese (il cui sviluppo la sta affrancando dalla sofferenza e dalleumiliazioni del passato) e che questo aspetto costituisce uno dei punti centrali

del patto sociale tra il Partito comunista e la nazione nel suo complesso, base

essenziale della sua legittimazione e del suo potere.

Un secondo aspetto è relativo alle invariate caratteristiche culturali della

politica estera. Gli analisti che vogliono vedere nella nuova assertività cinese

una tratto nazionalistico che rompe con la cultura tradizionale commettono tre

ordini di errori. «In primo luogo ignorano il peso che la questione nazionale ha

sempre avuto nello sviluppo del comunismo cinese. In secondo luogo rimuove il

nesso tra emancipazione nazionale ed emancipazione sociale, che costituisce

un elemento essenziale del marxismo e del leninismo» ed in terzo luogo

nasconde la differenza fondamentale tra la difesa dell’indipendenza e della

dignità nazionale (che è perfettamente compatibile col riconoscimento e la

difesa della dignità delle altre nazioni) ed un nazionalismo esaltato ed

aggressivo (che distingue tra “popolo di eletti” e popoli destinati al servaggio).

Il rifiuto dell’egemonismo è costitutivo del patto sociale a cui fa riferimento il

PCC di ieri e di oggi [ibidem, p. 130-132]. Nel report al 18° Congresso

leggiamo: «La Cina si è impegnata per la soluzione pacifica delle controversie

internazionali e dei dossier più critici, si oppone all'uso sfrenato della forza o

alla minaccia di usarla, si oppone a qualsiasi tentativo straniero di sovvertire il

governo legittimo di tutti gli altri paesi, e si oppone al terrorismo in tutte le sue

manifestazioni. La Cina si oppone all'egemonismo ed alla politica di potenza in

tutte le sue forme, non interferisce negli affari interni di altri paesi e non

cercherà mai l'egemonia o sarà coinvolta in politiche di espansione» [Hu 2012].

La terza chiave interpretativa risiede nell’importanza data alla storia, matrice

del destino della nazione cinese. È un approccio culturale molto diverso dal

modello occidentale di ordine globale basato sull’equilibrio tra stati in

competizione. In questa prospettiva l’ascesa cinese non è un fatto nuovo, al

contrario ristabilisce schemi storici. Non stupisce infatti che il presidente Xi

abbia illustrato il progetto della Nuova Via della Seta, iniziando il suo discorso

dal ruolo svolto da un emissario cinese della Dinastia Han, più di 2.100 anni fa,

per giungere alle composizioni musicali dei primi del Novecento. Questo

bagaglio culturale influenza ancora notevolmente le scelte della leadership

cinese (che è la prima ad aver avuto accesso ad un’istruzione universitaria

internazionale) e costituisce un altro elemento di legittimità della loro azione.

Sottovalutare questo aspetto significa non comprendere la prospettiva a lungo

corso nella quale si inseriscono le politiche del Partito.

Infine la quarta chiave è quella della pietas filiale e dei doveri familiari. La cosa

non deve stupirci: la parola Stato, in cinese, è 国家, “guojia”, combinazione tra i

caratteri “nazione” (国, guo) e “famiglia” (家, jia), per cui è connaturato con la

cultura cinese considerare le “questioni dello stato” come “questioni familiari”

(12). La rottura rispetto alla cultura classica consiste nel superamento della

visione sino-centrica e gerarchica degli affari dello stato. Se la Cina imperialeaffidava a se stessa un ruolo di “fratello maggiore” e faro della civiltà, esigendo

rispetto ed obbedienza dai “fratelli minori” (i paesi confinanti), oggi ci troviamo

di fronte ad un progetto di ambizioso sviluppo del soft power (di cui, la

diffusione degli Istituti Confucio in tutto il mondo è solo un aspetto, cfr.: [Hartig,

2016]) e del community buildig asiatico, che non è ancora l’istituzione di un

nuovo ordine, ma pone le basi per la sostituzione di quello centrato

sull’egemonia planetaria degli Usa e del dollaro.

Conclusioni

È del tutto evidente che la visione della Cina del suo ruolo in Asia e nel mondo

è ancora in evoluzione. Quale sarà la sintesi delle posizioni interne al paese e

come evolverà il linguaggio pubblico, sarà il frutto anche dell'interazione col

mondo esterno, di come verrà combinata la difesa degli interessi vitali, con la

costruzione di un nuovo ordine internazionale. Tutto questo rappresenta una

grossa sfida, innanzi tutto per noi. Continueremo a chiedere una Cina più

aperta ed integrata col mondo, imponendo però le nostre regole e condizioni,

oppure accetteremo di confrontarci con le richieste di questo grande paese per

governare il caos che emerge minaccioso ai nostri confini e nel cuore delle

nostre città? Continueremo a promuovere gli scambi culturali o a chiudere gli

Istituti Confucio delle nostre Università, considerandoli propaggine del sistema

di propaganda del PCC? E sapremo accettare la sfida che il Beijing Consensus

[Ramo 2004] rappresenta per vaste aree del mondo e l’interesse che comincia

a manifestarsi in settori (per oggi piccoli) delle nostre società?

La seconda sfida è per il PCC. Nel raggiungimento degli obiettivi nazionali la

dirigenza comunista si sta ponendo anche il problema della riformulazione delle

regole internazionali (la Cina non ha partecipato alla scrittura delle regole

esistenti) e dell’affermazione di un sistema socialista capace di vincere la sfida

del suo tempo. Ma come in una lunga partita di ping pong, più la Cina accetta

le regole del gioco, più le richieste presentate spingono per una cambio del suo

sistema economico-sociale (13). Fin dove sarà possibile il compromesso? E

come riuscirà questa leadership ad attuare le riforme che considera prioritarie

(tra le quali quella dell’economia, del sistema bancario e delle aziende di

stato), senza che la ricerca della legittimazione internazionale, minacci la

natura socialista della società? È una delle sfide più grosse che il PCC ha di

fronte a sé. Ed anche una delle più affascinanti.

Nota: Nel testo, ove possibile, si è preferito riportare anche i caratteri cinesi dei

nomi propri, come pure di alcune locuzioni del linguaggio politico (di cui si

scrivono caratteri e pinyin, senza toni). Questo per mantenere un riferimento

col linguaggio originale dei documenti, la cui traduzione, a volte, non tiene

fede identicamente al significato originale.Note

(1) Cfr.: Sorini sul precedente numero della rivista e gli articoli di Bertozzi sul sito

internet (vedi bibliografia).

(2) Per il saggio del Prof. Wang, cfr.: [Wang 2014], mentre per le chiavi narrative, cfr.:

[Varrall 2015]. Le tesi esposte in questo articolo, però, non rappresentano in alcun

modo le idee degli studiosi sopra citati, i cui saggi sono stati presi come guida

narrativa per i temi esposti.

(3) La formulazione usata da Xi è la seguente: «Io ritengo che l’obiettivo di realizzare

una società moderatamente prospera sotto molti aspetti possa essere raggiunto entro

il 2021, quando il PCC celebrerà il suo centenario: l’obiettivo di edificare la Cina come

moderna nazione socialista, prospera, forte, democratica, culturalmente avanzata ed

armoniosa potrà essere raggiunto entro il 2049, quando la Repubblica Popolare Cinese

raggiungerà il suo centenario; ed il sogno di un rinnovamento della nazione cinese

sarà così realizzato» [Xi 2014, p.38].

(4) In epoca imperiale la Cina definiva se stessa “tutto quanto c’è sotto il Cielo” ( 天下,

tianxia). Il centro del mondo coincideva con la corte imperiale (la Città Proibita) ed il

potere si propagava verso l’esterno in modo concentrico, coinvolgendo in maniera

gerarchica gli ufficiali, i cittadini comuni, gli stati tributari vicini, i barbari (ossia i non

cinesi). Fu dall’incontro con il gesuita italiano Matteo Ricci che la Cina cambiò l’idea

che aveva di se stessa. Ricci disegnò per l’imperatore una mappa del mondo ponendo

la Cina al suo centro. Da lì nacque la Cina (come definizione, percezione di se stessa

nel mondo e nuova politica estera) come Regno di Mezzo ( 中国 zhongguo, Cina) e non

più come “tutto quanto sotto il Cielo”.

(5) Secondo Jeremy Page del Wall Street Journal, lo spin doctor dei concetti ideologici

assunti dal PCC come implementazione della teoria marxista cinese dopo

l'elaborazione di Marx, Lenin, Mao e Deng, è Wang Huning ( 王沪宁), teorico e membro

del Politburo del Partito. Cfr.: [Page 2013].

(6) E’ Kissinger a parlare di osmosi per il passato imperiale della Cina: «La Cina non

aveva cercato di esportare il suo sistema politico: aveva invece visto altri accedervi. In

questo senso essa si è espansa non per conquista, ma per osmosi» [Kissinger 2015,

p.300 ed. digitale].

(7) Cfr.: [Mod 2015]; [The Economist 2016a]; [Dean 2016].

(8) A tale riguardo è interessante notare quanto scrive Sisci: «(...) in una Cina

democratica si assisterebbe ad una crescita delle proteste antigiapponesi ed

antiamericane, le istanze nazionaliste sarebbero difficilmente controllabili (...).

(...)paradossalmente una Cina non democratica, in grado di controllare meglio la

propria opinione pubblica, rappresenterebbe un pericolo inferiore per gli Stati Uniti di

una Cina democratica spinta e pungolata dalle dimostrazioni di strada» [Sisci 2006,

p.228]. L’autore usa il termine “democratico” come sinonimo di “democrazia

occidentale”.

(9) Cfr.: WSJ, 2014. Anche il famoso economista cinese Justin Lin Yifu (林毅夫), ha usato

questa espressione; cfr.: [Jin 2015].(10) Il consigliere ed ex Ministro Yang Jiechi ( 杨洁篪 ), ha messo in evidenza lo stretto

connubio tra il Sogno Cinese e la nuova politica estera di Pechino. Cfr.: [Yang 2013].

(11) Mao, alla vigilia della presa del potere, dichiarerà: «La nostra non sarà più la

nazione soggetta all’insulto e all’umiliazione. Ci siamo alzati in piedi» [Mao 1998, p.

88].

(12) Si capisce come mai la figura dello Stato con quella del Partito sono un tutt'uno:

non per la totale mancanza di democrazia – come si teorizza in Occidente- ma perché

è connaturata con la cultura del paese l’idea che l'obbligo familiare, tradizionalmente

riservato per il nucleo familiare, sia anche previsto per il partito-stato.

(13) È una partita complessa: la Cina entra nel WTO e gli Usa rilanciano coi trattati

TTIP e TPP (definiti da Hilary Clinton come la Nato economica), permettono al renminbi

di entrare nel paniere del FMI, ma fanno una strenua battaglia per non riconoscere alla

Cina lo status di “economia di mercato”, ottengono passi avanti in materia della

proprietà intellettuale e chiedono la liberalizzazione del settore bancario,...

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L’ultimo accesso ai siti internet riportati risale al 4 Aprile 2016.