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M. Alboresi, segretario del PCI sulla censura al Brancaccio: "Le motivazioni di Falcone sono per noi inaccettabili"

Scritto da PCI Fed. Brescia.

Teatro Brancaccio, Roma. E' andato in scena ieri l'incontro di varie componenti che avevano accolto l'invito della "società civile" per una nuova ricerca di unità a sinistra. La giurista Falcone, protagonista con lo storico dell'arte Montanari dell'iniziativa, ha deciso di non far parlare durante i lavori dell'Assemblea il segretario del Pci. E la motivazione, abbastanza singolare, è così sintetizzabile: ha già parlato Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista. Sull'iniziativa in sè del Brancaccio non abbiamo molto da aggiungere a quello che abbiamo già pubblicato nei giorni precedenti. Trattasi, in estrema sintesi, dell'apripista di "Campo progressista" di Pisapia e dagli ex Pd.... per creare un nuovo Pd.
Manuela Palermi, presidente del Pci, ha scritto una nota molto critica in cui dichiara: “Quando qualcuno non ti permette di parlare, vuol dire che non vuole sentire quello che hai da dire. Il Pci ha risposto positivamente all’appello Falcone/Montanari manifestando, per correttezza politica, la sua posizione. E cioè: nessuna alleanza col Pd, nessuna riedizione del centrosinistra e il mantenimento della proprio autonomia politica ed organizzativa. Per capirci bene tra noi: il Pci non aderisce ad alcun soggetto politico, non si scioglie, ma continua con assoluta determinazione la sua ricostruzione."
Ieri al Brancaccio avebbe dovuto prendere la parola il segretario nazionale del partito, Mauro Alboresi. Come AntiDiplomatico gli abbiamo rivolto alcune domande.

 

L'Intervista

La decisione di non farvi parlare vi era stata già comunicata nei giorni scorsi?

No abbiamo appreso il giorno stesso e con molto rammarico che nell'iniziativa convocata dall'appello di Falcone e Montanari non avremmo avuto diritto di paola. Avevamo aderito come altre forze politiche e la decisione c'ha lasciato sbigottitii.

Non siete stati i soli. Gli attivisti del centro occupato “Je so pazzo” di Napoli hanno avuto un trattamento anche peggiore. Quali ragioni gli organizzatori vi hanno comunicato per non darvi la parola?

Voglio premettere che il nostro partito sostiene la ricerca di un'unità a sinistra. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, c'è molto da preoccuparsi da questa iniziativa. Si è dato spazio a molte individualità che parlavano a titolo personale, a piccole realtà territoriali e non ad un soggetto politico con un livello di rappresentanza nazionale. Abbiamo reagito con un comunicato duro, perché le motivazioni addotte dagli organizzatori sono state per noi davvero inaccettabili. Come si può dire che parla solo un soggetto comunista e di sinistra per tutti. Io non rappresento altri, ma, come segretario di una forza politica nazionale, non voglio essere rappresentato da nessuno. Dalla platea poi ho sentito Anna Falcone dire e anzi ringraziare chi come noi avesse accettato di non parlare per preferire la discussione generale. Non è vero, nessuno ce l'ha chiesto.

Quali prospettive vede dopo quest'iniziativa?

E' chiaro che si trattava di un'iniziativa figlia della fretta di elezioni che sembravano imminenti. Il fatto che siano slittate rende meno urgente questo processo e infatti ieri il tutto si è concluso con un appuntamento a settembre per capire cosa fare.

Già che fare? Un nuovo centro-sinistra visti i protagonisti che hanno preso la parola?

Noi siamo pronti a sederci al tavolo e discutere con tutti coloro che hanno la voglia idi costruire un soggetto nuovo a sinistra. Un soggetto non unico, ma unitario, che lasci piena libertà d'organizzazione alle singole componenti. Con la stessa chiarezza le dico che non siamo pronti a farlo con chi ha in mente, al contrario, un nuovo centro sinistra. Il Pd, la cultura liberista che rappresenta, sono l'avversario non un interlocutore. La sinistra per essere tale deve ritrovare i suoi valori e impostare una poltica di rottura in primo luogo con il PD. Con tutte le varie anime del Pd: Tabacci, Prodi....

Prodi visto come il possibile "federatore", per l'ennesima volta, anche da Pisapia. Il primo luglio, del resto, ci sarà un incontro di "Campo progressista" dell'ex sindaco di Milano e sostenitore delle "riforme" Renzi in un altro tentativo similare a quello di ieri. Lo stesso giorno ci sarà un incontro della piattaforma Eurostop, che ha basato il suo processo unitario a sinistra su tre No chiari che sono tre No al PD: euro, Ue e Nato. Il vostro partito dove andrà?

Sicuramente saremo all'iniziativa di Eurostop che seguiamo con molto interesse sin dalla nascita. Da Campo progressista non abbiamo avuto alcun invito.

E, parlando di politica estera, quali sarebbero i paletti che come partito mettereste nella costruzione di un soggetto a sinistra?

La politica estera del nostro partito segue direttive precise. In primo luogo consideriamo come neo-coloniali e neo-imperialiste le politiche che dai bombardamenti della Serbia alla destituzione e distruzione di tanti stati in Nord Africa e Medio Oriente stanno sconvolgendo il mondo nell'ultimo periodo. In secondo luogo, consideriamo inaccettabili le pretese subito accolte da Renzi prima e Gentiloni oggi di aumentare le spese militari come diktat della Nato. Quest'alleanza, se mai l'avesse avuta, non ha chiaramente alcuna caratterizzazione difensiva, come vediamo con apprensione nella militarizzazione dell'est e costringe, perlopiù, il nostro paese allo sperpero di miliardi di euro per missioni totalmente inutili. Infine, difendiamo il principio di autodeterminazione dei popoli.

A proposito di autodeterminazione dei popoli, come giudica la forte ingerenza di ieri di Gentiloni, insieme al suo collega spagnolo Rajoy, nelle vicende interne del Venezuela?

La giudico per quello che è: cultura neo-coloniale. La presunta motivazione - la protezione delle comunità italiane e spagnole in Venezuela - è un chiaro esempio. Quest'ultima ingerenza di Gentiloni è davvero un punto molto basso di chi pensa a giocare a fare lo statista, senza saper fare bene il suo lavoro all'interno. In Venezuela è in atto una politica neo-imperialista degli Stati Uniti e delle multinazionali del petrolio che non accettano la nazionalizzazione della compagnia nazionale. Ci sono tante mire sulle riserve quantificate come le più grandi al mondo. Rispetto a quest'ultima ingerenza di Gentiloni, quello che posso dire è: cosa avrebbe detto l'Italia se il Venezuela, o un altro stato, avessero avuto da ridire sulla democraticità delle riforme costituzionali di Renzi?