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Oltre la subalternità

Scritto da PCI Fed. Brescia.

La situazione politica che caratterizza la sinistra di questo avvio di secolo è del tutto inedita.

Lo smantellamento delle postazioni del PCI a seguito della caduta del Muro di Berlino si è rivelata frettolosa quando non addirittura liberatoria per un ampio settore di quel gruppo dirigente. Il venir meno, grandioso anche se parziale, dei riferimenti alternativi all’esistente capitalistico ha dato il via ad una dismissione non solo del patrimonio ideologico ma anche della funzione stessa di quella rappresentanza di classe che diremmo fisiologica, adducendo una supposta e provvidenziale scomparsa della classe operaia stessa.

Venticinque anni di esperimenti e di ricollocazioni tra abiure più o meno velate e critiche parossistiche fatte nella convinzione che tutto fosse da rifare visti gli esiti, hanno determinato, nei fatti, una vacanza di ruolo.

L’intervenuto cambio di regime democratico, da proporzionalistico a maggioritario, ha fatto il resto costringendo tutte le formazioni residue ad una sterzata istituzionalistica più o meno accentuata, vista la patologica dipendenza economica dei Partiti dalla presenza in Parlamento. E conseguentemente non si è vista altra via, per le residue sigle dei lavoratori, che accreditarsi presso le formazioni di maggioranza, perdendo progressivamente identità nella ricerca della ‘compatibilità’ con esse e della cosiddetta affidabilità .

Sul corpo complessivo del Paese il venir meno dell’unica forza di contenimento degli appetiti mai sazi della borghesia parassitaria ha generato, da un lato, un’esplosione di corruttela e di cinismo politico che ha portato al quadruplicarsi della corruzione a partire dalla pur fragorosa situazione disvelata con il processo cosiddetto di Mani Pulite. Dall’altro alla contrazione dei diritti legati al lavoro con una riduzione sostanziosa e sostanziale sia dei salari diretti, ovvero quelli in busta paga, che di quelli indiretti (gratuità di scuola, sanità, casa, trasporti). Persino il prelievo fiscale si concentrava sui salari con l’aumento delle imposte indirette e di quelle che chiameremmo imposte indirette estorte, ovvero la corruzione che si sostanzia nel drenare ricchezza dallo Stato verso i ceti parassitari.

 

Non deve sorprendere che si possa vedere in questo quadro i segni del venir meno della tenuta della democrazia stessa tra disaffezione al voto e rigurgiti reazionari.

Affacciandoci a questo panorama col distacco di chi lo osserva per la prima volta ci sorprende il formarsi di quelle che però Gramsci già conosceva e chiamava rivolte spontanee, quelle che recano in sé il germe della presa di coscienza ma non hanno lo strumentario analitico e la direzione politica che le sottragga alla subalternità. Rivolte che sino a cento anni fa erano tipiche delle classi contadine, oggi lo sono delle schiere giovanili e non, e ci avvertono dell’affacciarsi di nuove classi, o di classi diversamente composite, sulla scena politico-sociale.

E’, con tutta evidenza, il quadro rappresentato dal Movimento a 5 stelle, rivolta con le caratteristiche tipiche di spontaneità e fideismo che il Gramsci attribuisce alle rivolte dei subalterni, rivolta che si nutre della contrapposizione radicale al parassitismo istituzionalizzato, indirizzandosi prevalentemente e ingenuamente contro la sola casta politica. Ma questa caratterizzazione che da un lato evita al Movimento la classificazione intuita come mortale, quella dell’essere di destra o di sinistra, dall’altro ne definisce la subalternità di lungo periodo, venendo a mancare un progetto autonomo di società, non volendo o non sapendo districarsi tra la complessità delle responsabilità oggettive di classi dominanti, ben più ampie e condizionanti della casta politica, e la complessità degli sfruttamenti, dei diritti e dei ruoli negati che identificano, volenti o nolenti, altre precise classi sociali. Mancano così, in quel programma, cenni a temi spinosi ma qualificanti, come sanità, istruzione, pensioni, salari giungendo solo alla proposta del reddito di cittadinanza, proposta non casuale se pensiamo che consegnerebbe per sempre e per legge milioni di cittadini alla subalternità economica e politica.

Giungiamo così a ricostruire nell’oggi due delle principali forme di subalternità intese da Gramsci: quella dei ceti subalterni che si ribellano ma sono privi di una direzione politica adeguata e quella dei gruppi dirigenti, quelli della ‘sinistra’, che, senza troppi patemi,   sono subalterni di fatto ad altra cultura e dirigenza politica per motivi storici, tattici, contingenti ma pur sempre subalterni.

Affrancarsi da questa situazione complessiva individuando un percorso che sia segnato dalla autonoma capacità di elaborare e di definire orizzonti diversi è impresa assai complessa e segnata dall’isolamento iniziale: la sinistra subalterna non riconoscerà mai di esserlo mentre al tempo stesso rifugge l’autonomia come quella pratica che la sottrae ai dividendi consentiti dall’adesione al pensiero unico. All’opposto le classi ormai subalterne hanno all’attivo lunghe e dolorose esperienze dell’ inconcludenza di questi gruppi dirigenti radicali a parole e non autonomi di fatto e manifestano ormai una profonda diffidenza, quando non si ricollocano a destra abbracciando la cultura della subalternità tradizionale, quella della lotta tra poveri e del razzismo .

In definitiva, come le categorie gramsciane della analisi politica e sociale, come le sue speranze di progressività per la storia a venire  poggiano su degli strumenti insostituibili quali la forma Partito e l’analisi di classe, la palese crisi della politica si manifesta e si può leggere nella disciplinata e trasversale assunzione di dogmi di segno opposto: il male assoluto sono i Partiti e le classi non esistono più.

Se si vuole, che le classi esistano possiamo ritenerlo chiaramente dimostrato dal fatto che quel qualcuno che mette in giro e determina questi dogmi lo fa in modo egemonico ed  è dunque certamente una classe. Diversamente rifiutare l’esistenza di classi e quindi anche di classi egemoni può far ritenere che questi dogmi siano simpatiche deduzioni di creativi illustri e divenute vox populi.

La Costituzione stessa si avvaleva di quegli ingredienti fondamentali indicati dal grande sardo, ingredienti senza i quali essa non avrebbe avuto modo di dispiegare il suo potenziale di progressività e senza il quale oggi si fatica a reinterpretarla.

Riscopriamo che i ruoli assegnati col lavoro sono la premessa necessaria per esercitare la funzione democratica di cittadinanza: chi non conta niente sul luogo di lavoro non conta nulla nella società, a maggior ragione se manca il lavoro stesso.  Sperare così che la Costituzione minata nelle sue fondamenta possa, solo perché ci piace, esercitare a lungo una funzione di contenimento ci pare essere utopia.

  Esclusi dunque i cardini di una visione autonoma si pretenderebbe oggi di agire l’esistente per altre vie, lavorando di creatività sulle ingegnerie istituzionali piuttosto che su quelle delle alleanze,  rincorrendo la chimerica unità delle sinistre come opzione dei buoni sentimenti, magari per inseguire la partecipazione pura e semplice in movimenti o associazioni che pullulano a formare la società civile, senza nulla incidere sulla qualità delle relazioni economiche, senza incidere sul malessere sociale, lasciandoci infine insoddisfatti della politica e rassegnati.

Senza classi e Partito alla ‘sinistra’, da un lato, e alle rivolte, dall’altro lato, non restano che i valori del politicamente corretto, dai diritti individuali all’ambiente, dall’onestà alla democrazia alla felicità, come dire il moderno decalogo della subalternità.

Per accorgersi poi con sconcerto che questa democrazia si basa su leggi elettorali che escludono i poveri, che gli omosessuali dopo aver conquistato il diritto a sposarsi poi vengono licenziati sul lavoro come e più di prima, che la corruzione è scritta dentro il concetto sacralizzato di proprietà privata, che la felicità può essere quella dei polli in batteria, comunque felici, in quanto polli, del mezzo metro quadro e dei cinque grani messi a loro disposizione. E che la sinistra moderna è una creazione di gente come Soros che fa miliardi di dollari sulle rivolte indirizzandola e indirizzandole trionfalmente verso un orizzonte di accettazione dei conflitti eterodiretti.

In fondo non fu proprio la Seconda Guerra mondiale il prezzo altissimo che si pagò per vent’anni di subalternità, e la Resistenza il drammatico riscatto?

 Escludendo la sfortuna come elemento di analisi, si impone un percorso inverso che si presenta, come dicevamo, arduo.

La categoria gramsciana della subalternità si è dilatata nell’oggi sino a divenire paradigma collettivo al punto che scoprirci subalterni è in sé opera difficile, e asportare chirurgicamente i lacciuoli della sudditanza è operazione spesso crudele presso chi da sempre è stato allevato nel mito della propria acuta e insindacabile autonomia di giudizio.

La strada intrapresa necessita rigore nel tenere le posizioni, ben al di là della necessità di essere ben compresi e capiti, ma piuttosto per la necessità di costruire da subito una linea e una struttura politica, un Partito, coerente e solido a prescindere dalle dimensioni. Invertendo l’ordine delle priorità, prima l’autonomia e poi le relazioni. O questo lavoro lo faranno altri.