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La Libertà di manifestazione del pensiero: Il fascismo come una voce democratica

Scritto da Mattia Catarina - PCI Brescia.

di Mattia Catarina - FGCI PCI Federazione di Brescia

 “Il vero coglione è chi non si confronta. Chiunque si presenti dentro il recinto democratico – ha detto il popolare giornalista – merita di essere ascoltato e trattato con rispetto da tutti”. (Enrico Mentana durante il dibattito con Simone Di Stefano, vice presidente di Casapound).

“Perché ospitiamo Simone Di Stefano, leader di un partito fascista, a Piazza Pulita oggi? Perché noi non ci facciamo intrappolare da vizi ideologici, da battaglie ideologiche, noi siamo giornalisti, invitiamo chi fa notizia, non siamo politici…” (Corrado Formigli durante la copertina della puntata di Piazza Pulita del 9 novembre 2017).



 Verrebbe da pensare ad una parodia ucronica, a tratti “Orwelliana”: giornalisti che intervistano il leader di un movimento neo-fascista sottolineandone il carattere assolutamente democratico. Di per sé sembrerebbe una bufala, una fake news; invece stiamo parlando di realtà, una realtà sociale sempre più complessa e intricata che troppo spesso si presta a letture decontestualizzate ed esemplificative, come se la peculiarità della “nostra storia” (italiana), in qualche modo, possa essere relegata in secondo piano.

 Poco importa, evidentemente, ai giornalisti nostrani, il fatto che stiano fungendo da cassa di risonanza ad un movimento di matrice dichiaratamente fascista, le cui gesta degli antichi predecessori erano in primo luogo mirate alla ferrea censura di stampa e mondo dell’informazione. Ad occhi neutrali sembrerebbe qualcosa di totalmente illogico, quasi masochista per tutti coloro che hanno “a cuore” la storia della propria Nazione. Il dibattito che ne è scaturito e che ha assorbito le energie e l’attenzione di tutti gli operatori delle maggiori testate cartacee e radiotelevisive nelle ultime settimane, è stato però quanto mai confuso ed estremamente curioso. Come ci si poteva immaginare, le associazioni antifasciste e parte della società civile hanno mostrato tutta la loro contrarietà verso l’apertura dello spazio pubblico ad esponenti dell’estrema destra, dal canto suo il sistema giornalistico, sì è difeso nascondendosi dietro al parafulmine della pluralità delle voci proprie di uno stato democratico, ed alla libertà di espressione. Il quadro che ne è scaturito è il seguente: associazioni antifasciste che hanno combattuto per il ripristino delle libertà fondamentali e della democrazia, cancellate dal giogo fascista (mi riferisco principalmente all’ANPI), vengono accusate dal sistema giornalistico di essere loro stessi coloro che non rispettano le libertà per le quali hanno in passato combattuto, venendo etichettati come antidemocratici in quanto contrari a garantire ai neo-fascisti uno spazio pubblico in nome della libertà di espressione.

Cari lettori, come potete vedere la situazione risulta di difficile interpretazione, ma forse la chiave di volta possiamo individuarla in una concetto brevissimo, semplice ma drammaticamente attuale: l’estrema autoreferenzialità del sistema giornalistico italiano contemporaneo.

Verrebbe quasi da ipotizzare che, l’originaria funzione di giornalismo come “watchdog” a tutela dell’anima democratica di un paese, sia stato inevitabilmente soffocato dalla logica dell’ “agenda setting” per cui, pubblico qualsiasi informazione e l’unica discriminante che utilizzerò sarà data dalla notiziabilità del fatto riportato. Il problema, a parer mio, è proprio questo, non tutte le informazioni rese pubbliche hanno lo stesso impatto sulla società civile.

Si presta, così necessaria, una brevissima digressione storica a causa di non ben chiariti problemi  riguardo la memoria storica collettiva nazionale. Mi preme ricordare, come lo sdoganamento del Fascismo, in Italia, sia avvenuto già da molto prima del suddetto “scandalo” romano (Caso di Ostia n.b.). Movimento Sociale Italiano, ruolo pubblico del suo leader Giorgio Almirante, le trame nere che hanno caratterizzato il sodalizio tra Stato, Servizi Segreti ed esponenti dell’estrema destra italiana negli anni della Prima Repubblica, per arrivare al più recente ingresso a Palazzo Chigi, in seguito al salto ideologico, ideato da  Gianfranco Fini con la nascita di Alleanza Nazionale, nel 1994 e ancora nel 2001.

Quindi, quando  Enrico Mentana, Riccardo Formigli e Nicola Porro dicono che, affrontando un dibattito nella sede di Casapound non si sta assolutamente sdoganando il fascismo, altro non stanno affermando che una sacrosanta verità.

Il fascismo, in questo caso, è un pretesto come altri per lanciarsi a capofitto sulla notizia di turno, che può garantire al periodico, piuttosto che al programma televisivo in questione, la visibilità necessaria che la situazione momentaneamente richiede. Ci si avventa sulla notizia come avvoltoi sulla preda morente, non importa cosa si andrà a pubblicare, non importa il contenuto della notizia, l’importante è che essa possa garantire alla testata, per la quale sto lavorando, il giusto grado di notorietà.

È proprio questa continua ricerca dello “scoop”, in ottica principalmente autoreferenziale da parte del sistema giornalistico, a fomentare il bieco tentativo del mondo dell’informazione ad auto tutelarsi da eventuali attacchi esterni,  arrivando anche a legittimare l’intervista pubblica di soggetti dichiaratamente fascisti, nel nome della necessità di non farsi scappare la ghiotta occasione di vendere copie. Ma, come detto in precedenza, le informazioni pubblicate non hanno tutte lo stesso impatto sociale sulla collettività. È qui che incontriamo il nodo centrale della questione; parlare di fascismo, in Italia, con la leggerezza che ha contraddistinto i media nostrani, si circonda di un’aurea di irresponsabilità disarmante.

Dal paese che diede i natali al fascismo, ci si aspetterebbe, da parte del mondo dell’informazione,  una cura dei dettagli ed una analisi critico-storica non indifferenti, a maggior ragione sapendo che nel nostro paese, i conti col passato mai sono stati fatti in maniera sufficientemente approfondita e seria.

Ci si sarebbe aspettato, almeno su questo tema, un abbandono della logica notizia-visibilità, invece, ancora una volta, abbiamo creduto a qualcosa ad oggi irrealizzabile.