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APPELLO DEL SEGRETARIO REGIONALE VENETO DEL PCI GIORGIO LANGELLA SULLA SICUREZZA SUL LAVORO

Scritto da PCI Fed. Brescia.

Un'ecatombe.

Oltre tre morti sul lavoro ogni giorno!
Vi sembra che sia una cosa normale, naturale?

Nella recente comunicazione di INAIL su infortuni e malattie professionali del 2018, le cifre esposte danno una fotografia drammatica di cosa sia il lavoro, oggi, nel nostro paese. Secondo quanto riportato da INAL, nel 2018, sono 1.133 le denunce di infortunio con esito mortale con un aumento del 10,1% rispetto al 2017. Questo dato si riferisce solo gli assicurati INAIL e comprende sia i lavoratori morti sul luogo di lavoro sia quelli in itinere. Se si leggono i dati dell'Osservatorio Indipendente di Bologna, i morti per infortunio nei luoghi di lavoro sono, nel 2018, sono stati 704 (tutti documentati), con un aumento rispetto ai 634 del 2017 pari all'11%. Considerando i decessi in itinere, come fa INAIL, è facile stimare un totale di oltre 1.450. è da precisare che i dati dell'Osservatorio comprendono anche i lavoratori non assicurati INAIL.

Ma non è tutto. Dai dati INAIL si viene a conoscenza che le denunce di malattie professionali relative al 2018 sono aumentate, rispetto al 2017, del 2,8%.

E il 2019 è iniziato con una continuità preoccupante. Dopo un iniziale rallentamento degli infortuni mortali nei primi giorni del 2019, l'ecatombe è ripresa ai ritmi del 2018. Gennaio 2019 si chiude con 50 lavoratori morti per infortunio nei luoghi di lavoro. Nella giornata di ieri, 31 gennaio, si è avuta notizia che tre lavoratori hanno perso la vita (fonte Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro).

Così, mentre tutta l'attenzione è rivolta a ostacolare e impedire lo sbarco di poche decine di immigrati (una “invasione” che porterebbe insicurezza nelle nostre città), i dati sopra riportati indicano in maniera drammatica quale sia la situazione della sicurezza nei luoghi di lavoro. E quale sia il vero dramma che vive il nostro paese: al lavoro e di lavoro è “quasi normale” ammalarsi, infortunarsi, morire.

Non si può tacere né fare finta di niente.

Non ci si può limitare a qualche gesto di solidarietà verso le vittime e i loro parenti o a promesse di vario genere. Ed è un insulto continuare a fare annunci vuoti di significato e privi di soluzioni. Non si può e non si deve pensare che morire al lavoro e di lavoro sia qualcosa di accettabile o tollerabile. Che queste morti siano una specie di “tassa” che si deve pagare per il “progresso”, per essere “competitivi”, per aumentare il profitto di quei padroni che sfruttano il lavoro altrui.

Bisogna agire.

Si prenda coscienza che a uccidere i lavoratori sono le forme di sfruttamento oggi imperanti nel lavoro, la costante e progressiva perdita di diritti, il far diventare la precarietà la predominante (se non unica) forma di lavoro. Che le basse retribuzioni e i salari insufficienti costringono chi vive del proprio lavoro a subire la cancellazione di diritti elementari e accettare condizioni insopportabili e pericolose. Che è sbagliato e illogico considerare scopo del lavoro unicamente il profitto di “lorpadroni”.

È indecente che un paese che si ritiene civile e democratico non agisca in maniera determinata e severa per sconfiggere la piaga degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Che non senta il bisogno di farlo anche con sanzioni durissime verso chi sfrutta il lavoro altrui e mette in pericolo l'incolumità e la vita stessa di chi lavora. Senza prescrizioni o attenuanti. E soprattutto senza indifferenza.

Deve essere chiaro che la sicurezza sul lavoro è “il problema del paese” e non può essere mai considerato “un costo”. Il vero costo umano e sociale è restare invalidi, ammalarsi, morire. Ed è questo il costo che non vogliamo più pagare.

Chiediamo a tutte le organizzazioni sindacali che chiamino le lavoratrici e i lavoratori alla mobilitazione generale.

Lo chiediamo a tutte le forze politiche e sociali sinceramente democratiche italiane che si rifanno ai principi e ai valori della nostra Costituzione.

Restare alla finestra, essere indifferenti o rassegnati vuol dire accettare la sconfitta. Alziamo la testa, rimettiamoci in cammino, lottiamo uniti perché l'innovazione tecnologica, la ricerca, l'informatizzazione, la robotica, abbiano come obiettivo liberare chi lavora dalla fatica e dallo sfruttamento. Che servano a rendere il lavoro più sicuro e che non siano asservite ad aumentare la ricchezza e i profitti di “lorpadroni”. Questo deve essere uno dei compiti dello Stato e nulla si può delegare al privato.

Ricominciamo a lottare perché lavorare sia occasione di crescita e riscatto individuale e collettivo e non possa più essere quella condanna che i padroni vogliono imporci.

 
 
 

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