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Perchè hanno paura di Thomas Piketty?

Scritto da Zoltan Zigedy traduzione di resistenze.org.

Zoltan Zigedy
Quando scrissi [1] di Thomas Piketty e del suo libro, un mese prima della pubblicazione dell'edizione inglese de “Il capitale nel XXI secolo”, ero fiducioso che sia lui che il suo libro avrebbero avuto un grande impatto anche al di fuori della comunità accademica. Di sicuro non mi aspettavo diventasse un best-seller, ma ho pensato che il libro potesse soddisfare un bisogno urgente di un particolare segmento dello spettro politico. Mentre altri hanno notato l'aspetto di attualità del libro sulla scia della catastrofe economica 2007-2008 e il suo arrivo in concomitanza con una maggiore sensibilità sollecitata dalla crescente tendenza alla disuguaglianza, la mia sensazione fu che il libro sarebbe stato accolto come una manna dal cielo dai liberali e dai socialdemocratici.

 

Anche se la crisi ha gettato una lunga ombra ideologica sull'economia neoclassica e sulle politiche ad essa associate, il ritorno ampiamente previsto al keynesismo del dopoguerra non si è mai realizzato.
Nonostante i grandi sforzi degli economisti di fama mondiale come Joseph Stiglitz e Paul Krugman, le politiche economiche in stile "new deal" non sono riuscite a guadagnare consenso popolare o sostegno politico. La frustrazione delle grandi speranze riposte nei governi di centro-sinistra del Regno Unito, degli Stati Uniti e più recentemente della Francia, ha deluso ulteriormente le forze riformiste presenti in Nord America ed Europa. Di conseguenza, la speranza di lasciarsi dietro le spalle il paradigma conservatore del libero mercato degli ultimi trentacinque anni era al suo minimo prima dell'uscita del libro di Piketty.

Era mia opinione che il libro di Piketty sarebbe stato accolto con entusiasmo al di fuori dell'ambiente conservatore. La sua esposizione dei modelli storici di disuguaglianza dimostra la tendenza del capitalismo a generare la disuguaglianza stessa, una situazione che urla il disperato bisogno di un rimedio. Nella ricerca e nelle affermazioni teoriche di Piketty, liberali e socialdemocratici potrebbero trovare una nuova base per le riforme, persino tentare un grande assalto all'egemonia conservatrice. In effetti, alcuni economisti hanno paragonato l'impatto atteso del libro di Piketty alla pubblicazione, di molto precedente, della “Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta” di Keynes.

In effetti, il fenomeno Piketty continua ad attrarre interesse. Il mio Google Alert su "Piketty" mostra meno voci, ma continua senza sosta. Eppure ideologi e politici liberali e socialdemocratici non sono così entusiasti come mi aspettavo. L'euforia iniziale è stata temperata mentre venivano digerite le idee di Piketty e le implicazioni di queste idee venivano attentamente esaminate.

Un numero recente della “Real World Economics Review” dimostra la crescente e diffusa esitazione nell'accettare Piketty come il nuovo messia del riformismo. Gli amici del Partito Comunista d'Irlanda hanno richiamato l'attenzione sul numero speciale della rivista, “Special Issue on Piketty's Capital ”[2], in cui 17 economisti su posizioni socialdemocratiche e liberali riflettono sul popolare libro.

*La sinistra "rispettabile" su Piketty*

I partecipanti al forum della “Real World Economics Review” (RWER) sono affermati scienziati sociali sinceramente turbati dalla persistenza della disuguaglianza e della povertà. Alcuni di essi – Yanis Varoufakis, Ann Pettifor, Richard Parker, Michael Hudson, James K. Galbraith, e Dean Baker- sono commentatori di spicco nei circoli liberali e di sinistra. Tutti esprimono ammirazione per il successo di Piketty nel proiettare l'attenzione sulla disuguaglianza. Eppure quasi tutti sono a disagio con i risultati della sua ricerca e le sue affermazioni teoriche. Alcuni contestano le sue "leggi fondamentali del capitalismo", altri il suo "determinismo". Alla fine, il sassolino nella scarpa di questi pensatori liberali e socialdemocratici è rappresentato dal concetto di Piketty per cui, ceteris paribus, il capitalismo produce e riproduce sistematicamente la disuguaglianza. Dean Baker lo conferma quando dice: "È l'adozione di politiche favorevoli a questi
interessi economici che hanno portato l'aumento delle quote di profitto negli ultimi anni, “non una dinamica intrinseca del capitalismo”, come si può leggere in Piketty". (corsivo mio)

È la "dinamica intrinseca del capitalismo" che crea problemi a liberali e socialdemocratici. Se il capitalismo genera necessariamente la disuguaglianza, se la disuguaglianza risulta dalle leggi dello sviluppo capitalistico, allora le riforme non saranno mai abbastanza soddisfacenti per vincere la disuguaglianza sociale. Se dovesse essere vero che la disuguaglianza è un prodotto sistemico del capitalismo, allora un insieme di riforme, come sostenuto da quasi tutti i commentatori della RWER (e da Piketty), potrà, al massimo, solo rallentare o ritardare la crescita della disuguaglianza.

Ecco la questione che divide i riformisti del capitalismo dai socialisti e i socialdemocratici dai marxisti. I marxisti accolgono l'affermazione di Piketty che la disuguaglianza sia la regola nel capitalismo e che i periodi di riduzione delle disuguaglianze sono un'eccezione. Inoltre, la logica stessa del capitalismo, con al centro lo sfruttamento, promette di aumentare le disuguaglianze. Affinchè il capitalismo possa continuare, il capitale deve accumularsi, e non in un consumo sociale, ma in investimenti mirati a ulteriore accumulazione. Gli sforzi per resistere, riformare o regolare il processo, non faranno altro che ritardarlo solamente.

Sicuramente i governi progressisti possono mettere in atto riforme per ridistribuire la ricchezza, ma alla fine ciò non fa che inibire l'accumulazione traducendosi in un mancato investimento di capitale o in una sua fuga. Il capitalismo non è un meccanismo generatore di eguaglianza. Non è nemmeno tollerante rispetto all'eguaglianza.

Il Lavoro può lottare per una quota maggiore di ricchezza, ma deve sottostare alle minacce di chiusura dell'impianto dei capitalisti o a quelle della disoccupazione di massa. Gli odierni leader sindacali collaborativi sono chiusi nella posizione di compromesso che li vede sia come agenti del profitto aziendale sia difensori degli standard di vita della classe operaia. Sicuramente nessun avanzamento contro la disuguaglianza è possibile nel quadro di tale dilemma.

Gli scrittori della RWER preferirebbero dedicarsi ai decenni che partono da Reagan e dalla Thatcher piuttosto che ai secoli studiati da Piketty.
Laddove Piketty identifica nel capitalismo una tendenza a lungo termine di produzione di ricchezza ed estrema disuguaglianza, essi preferiscono ignorare questo aspetto enorme per discutere le cause della crescente disuguaglianza a partire dagli anni Settanta.

Essi sono intenti a ignorare quei secoli di perdurante disuguaglianza Perchè questo metterebbe in dubbio la possibilità che uguaglianza e capitalismo siano compatibili, che il sistema capitalista possa essere riformato. Gli argomenti teorici e i dati di lungo periodo di Piketty contestano questa possibilità.

Piuttosto che accettare le implicazioni di lungo periodo delle tendenze del capitalismo, la sua traiettoria secolare, liberali e socialdemocratici evidenziano la breve pausa nella disparità di reddito avutasi dopo la Seconda guerra mondiale (negli Usa e in una parte dell'Europa) insieme con l'espansione post-bellica dello stato sociale come una sorta di età dell'oro per la socialdemocrazia. Essi identificano la brusca svolta dalla moderazione della disuguaglianza, verificatasi all'incirca solo venticinque anni dopo, non come un ritorno al normale corso del capitalismo, ma come un colpo di stato politico contro un capitalismo ammansito e temperato. Con poco altro se non la nostalgia per sostenere questo punto di vista, i riformisti si aggrappano all'illusione che un capitalismo umano, egualitario sia possibile. Socialdemocratici e liberali si rifiutano di vedere il persistere e la crescita della disuguaglianza come fattori sistemici. Piuttosto vogliono credere che la crescita della disuguaglianza sia una mera questione di scelte politiche. Pertanto, inveiscono contro l'ideologia del "neo-liberismo", come se l'esplosione delle disuguaglianze in Nord America e in Europa nel corso degli ultimi 30-40 anni sia il risultato di un "raggiro" della destra e non spinto invece dalla logica del capitalismo. "Sconfiggere il neo-liberismo" è diventato un mantra conveniente per coloro mal disposti a lottare per un nuovo ordine socio economico: il socialismo.

Scrivendo sul forum della RWER, Claude Hillinger afferma senza mezzi termini la sua opposizione a Piketty e la sua allergia al capitalismo come padre della disuguaglianza: "Trattando la disuguaglianza come un problema economico, Piketty distoglie l'attenzione da quello che è davvero: un problema politico".

Un "problema politico" che si è dimostrato non affrontabile in centinaia di anni di capitalismo? Un "problema politico" risolto meglio sotto il socialismo del XX secolo che da qualunque politico borghese del XXI? Un "problema politico" solo se scegliamo di snobbare o ignorare i dati di Piketty.

Si tratta di una sgradevole e non dichiarata verità il fatto che i liberali e i socialdemocratici sono molto più a loro agio nell'affrontare il concetto di povertà piuttosto che quello di disuguaglianza. Sotto il capitalismo, alleviare il dolore di chi sta nella parte inferiore della gerarchia economica sembra essere molto più facile e più desiderabile che affrontare la gerarchia economica nel suo complesso. Non a caso molti accademici ben retribuiti sono così impressionati dal proprio merito da trovare una pronta difesa della gerarchia della disuguaglianza.

Il collaboratore della RWER*, *V.A. Beker, tenta delicatamente di spostare i riflettori sulla povertà: "Vorrei ora fare una domanda imbarazzante. La nostra principale preoccupazione dovrebbe essere la riduzione delle disuguaglianze o la riduzione della povertà?" Certo, riducendo l'obiettivo alla povertà, la questione del rapporto fra capitalismo e disuguaglianza può essere elusa.

Un altro tipo di elusione è interpretare l'"egualitarismo" come "egualitarismo procedurale", come fa YanisVaroufakis nel forum RWER.
Assestando un gratuito, ma meritato colpo alla teoria liberale della giustizia distributiva di John Rawls, Varoufakis respinge educatamente tutto l'egualitarismo distributivo in favore della giustizia procedurale, un nobile eufemismo per "pari opportunità". I fautori dell'"egualitarismo procedurale" proclamano la vittoria dell'uguaglianza quando le regole della vita si applicano egualmente a tutti. I risultati sono irrilevanti se nessuno viola le procedure comuni di reciproca intesa, le norme o le regole di partecipazione. Ognuno ha le stesse opportunità, il "creati uguali..." della Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti.

Così, nove innings di baseball, giocati secondo le regole, costituiscono un esempio di giustizia procedurale. E anche se il risultato può essere sbilanciato, il gioco sarebbe in linea con l'egualitarismo procedurale.

Quello che i sostenitori della giustizia procedurale non osano affrontare è il caso di una squadra della Little League [Lega di baseball per bambini, ndt] che gioca contro i Chicago Cubs [squadra professionistica fra le più antiche della Major League di baseball, ndt]. Mentre le regole del gioco possono essere diligentemente osservate, il risultato non è certamente equo, giusto o egualitario.
Dubito che qualsiasi filosofo politico possa dimostrare abbastanza fiducia nella giustizia procedurale da scommettere sulla squadra della Little League.

Se i sostenitori della giustizia procedurale modificassero le regole del baseball per non consentire la disuguaglianza di risorse o di competenze di cui godono i Cubs, essi dovrebbero anche riconoscere che, fuori dal mondo dei giochi, risorse e capacità diverse influiscono sempre sull'equità, la giustizia e l'uguaglianza. Di conseguenza, l'egualitarismo "procedurale" non può essere una risposta alla disuguaglianza, a meno di non fare i conti con le risorse, le capacità e il potere sempre presenti nel capitalismo. Ma affrontare la questione della distribuzione dei beni ci riporta alla giustizia distributiva e, in ultima analisi, a come il capitalismo distribuisce questi beni.

Per quanto provino, liberali e socialdemocratici si trovano ad affrontare un compito impossibile, cioè quello di immaginare un mondo capitalista che elude o trascende le ineguaglianze del passato del sistema. La disuguaglianza è insita nel capitalismo, profondamente radicata nel suo codice genetico.

Le conclusioni di Piketty nello studio della "longue durèe" della disuguaglianza, la sua traiettoria nel corso dei secoli, si pongono come un ostacolo per coloro che credono al mito del capitalismo senza disuguaglianze. Oppure, in altre parole, i risultati sono di ostacolo a coloro che vogliono l'eguaglianza senza il socialismo.

*Note*

1. http://zzs-blg.blogspot.com/2014_02_01_archive.html

2. http://www.paecon.net/PAEReview/issue69/whole69.pdf