NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo

Otto anni di crisi siriana

Scritto da PCI Fed. Brescia.


 
 
di Roberta Rivolta
 
Questo “bigino” di otto anni di guerra in Siria è frutto di una collaborazione tra me e Giorgio Bianchi. È stato pubblicato sulla sua pagina FB e oggi ho pensato di riportarlo in una nota, perchè possa essere recuperato anche a distanza di tempo.
Ringrazio Gabriella Grasso e il sito Parallelo Palestina per il lavoro di raccolta e impaginazione dei sei post. E per la loro diffusione. https://sites.google.com/site/parallelopalestina/siria
 
1
Si tratta chiaramente di un bigino che non ha assolutamente la pretesa di essere esaustivo, ma che ha lo scopo di fornire spunti di riflessione e di ricerca per coloro i quali vogliano uscire dalla logica fumettisca e caricaturale della stampa maistream.
Non esistono i buoni a prescindere, nè i cattivi per antonomasia.
Le vicende storiche andrebbero raccontate tenendo conto delle vicende pregresse, dei rapporti di forza e degli interessi individuali dei soggetti coinvolti.
Nessuna media e grande potenza è capitata nella crisi siriana per caso. Tutti hanno svolto un ruolo, dettato dalla volontà di ottenere vantaggi a medio e lungo termine.
Tuttavia, nel fiume di parole inutili e indignazioni telecomandate, bisogna sempre tenere a mente che chi sta pagando il conto di questa "consapevole follia" è il popolo siriano.
Ringrazio Roberta Rivolta per l'immane lavoro di ricerca e stesura. Il mio contributo si riduce a piccole integrazioni e modifiche.

PARTE PRIMA - LE PREMESSE

24 ottobre 1945 - La Siria conquista l’indipendenza e diventa stato membro dell’ONU. È una repubblica parlamentare.
1949 - La CIA, ad appena un anno dalla sua nascita, mette a segno il primo colpo di stato in Siria sostituendo il presidente Shukri al-Quwatli, poiché aveva esitato ad approvare l’oleodotto trans-arabo, un progetto americano destinato a collegare i campi petroliferi dell’Arabia Saudita ai porti del Libano attraverso la Siria.
1971 - Hafez al-Assad conquista il potere. Seppure autoritario, il governo di al-Assad divenne molto popolare (La Siria aveva conosciuto una cinquantina di tentativi di colpi di Stato a partire dal 1948). Furono avviate riforme sociali e progetti infrastrutturali, tra i quali la diga Thawra sul fiume Eufrate che garantì al paese l'autosufficienza energetica e un'importante possibilità di irrigazione più razionale dei campi. L'istruzione pubblica e altri tipi di riforme coinvolsero sempre più larghi strati della popolazione e il risultato fu un rilevante innalzamento del tenore di vita.
Il secolarismo del governo comportò che molti membri delle minoranze religiose siriane, quali la alauita, la drusa e le varie confessioni cristiane, appoggiassero al-Assad per timore di un governo dominato dalla maggioranza musulma sunnita, sotto il quale non sarebbero state improbabili forme di intolleranza religiosa.
1980 - Durante i primi degli anni Ottanta la Fratellanza musulmana organizzò una serie di attacchi dinamitardi contro il governo e i suoi rappresentanti, incluso un attentato quasi riuscito per assassinare al-Assad il 26 giugno 1980.
Gli eventi culminarono in un'insurrezione generale nella città conservatrice sunnita di Hamā nel febbraio del 1982. La scusa fu la proposta del regime di emendare la Costituzione, cancellando l'articolo che esigeva per la carica presidenziale l'appartenenza alla fede islamica. Fondamentalisti e attivisti di altre opposizioni al governo proclamarono Hamā "città liberata" ed esortarono la Siria a insorgere contro l'"infedele". I combattenti della Fratellanza spazzarono via i baʿthisti, arrestando nelle sedi governative impiegati statali e sospetti fautori del regime e massacrandone circa 50.
Agli occhi di al-Assad, questa era guerra totale. L'esercito fu mobilitato, e Hāfez inviò le forze speciali e gli agenti del Mukhabarāt in città. Dopo aver incontrato una fiera resistenza, essi fecero uso dell'artiglieria per ridurre Hamā alla sottomissione. Dopo una battaglia di due settimane, la città tornò ad essere saldamente sotto controllo governativo.
2001 - Meno di un mese dopo l’11 settembre il generale statunitense Wesley Clarke, intervistato dal canale progressista americano Democracy Now, annuncia di essere stato informato da un generale dell’intenzione del Pentagono di muovere guerra a sette paesi nei cinque anni successivi. I paesi sono: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan, Iran.
2002 - La Dottrina Bush sgancia gli Stati Uniti dai principi fondanti dello Statuto delle Nazioni Unite, che giustifica l’uso della forza solo previa approvazione degli stati membri o in caso di attacco armato in corso. G.W. Bush espone le sue nuove linee guida in materia di politica estera nel rapporto annuale National Security Strategy of the United States of America: “Dobbiamo essere preparati a fermare gli stati canaglia e i terroristi loro clienti prima che siano in grado di minacciare o usare armi di distruzione di massa contro gli Stati Uniti e i nostri alleati e amici. La nostra reazione deve avvantaggiarsi il più possibile del rafforzamento delle nostre alleanze, della creazione di nuove collaborazioni con vecchi avversari, delle innovazioni nell’uso della forza militare, delle tecnologie moderne, compreso lo sviluppo di un efficace sistema missilistico di difesa e un maggiore impegno nella raccolta e l’analisi di dati di intelligence. […] In un’epoca in cui i nemici della civilizzazione inseguono apertamente e attivamente le tecnologie più distruttive del mondo, gli Stati Uniti non possono rimanere a guardare mentre i pericoli si accumulano. […] Per prevenire e impedire tali atti ostili da parte dei nostri avversari, gli Stati Uniti, agiranno preventivamente, se necessario.” La Dottrina Bush rivendica quindi il concetto di difesa preventiva, abbandonando il principio di deterrenza e “superando” il diritto internazionale.
2006 - Il Rapporto quadriennale statunitense sulla difesa esordisce annunciando nuove idee e proposte per ottenere la “vittoria” nella “guerra globale al terrorismo” giunta ormai al suo quinto anno.
All’interno del rapporto vengono indicati i principali cambiamenti di rotta, di nuovo in stridente contrasto rispetto ai principi espressi dal diritto internazionale nel secondo dopoguerra. Tra le altre cose, si teorizza la legittimità della violazione della sovranità dei singoli stati.
L’elenco è molto più lungo, ma con il senno di poi è molto facile riconoscere questi punti nella politica di aggressioni ininterrotte condotta dagli Stati Uniti in Medio Oriente.
Sempre nello stesso anno, il Congresso vota un primo stanziamento di 5 milioni di dollari per finanziare un programma di destabilizzazione interna della Siria, la cui inveterata abitudine a schierarsi dalla parte sbagliata delle barricate erette dagli USA si è confermata per l’ennesima volta in occasione dell’invasione dell’Iraq.
Il finanziamento salirà successivamente a 12 milioni di dollari e si sa per certo che è proseguito almeno fino al 2010.
Lo scopo del finanziamento è illustrato in un documento segreto di due pagine in cui si legge che gli Stati Uniti stanno già “appoggiando in Europa incontri regolari di attivisti siriani interni e della diaspora”, nella speranza che “questi incontri faciliteranno una strategia e un piano di azione più coerenti per tutti gli attivisti anti-Assad." In vista delle elezioni presidenziali del 2007, il documento propone un progetto segreto di monitoraggio delle elezioni che renda disponibile attraverso la rete internet materiale da stampare e distribuire tra gli attivisti in Siria e nei paesi confinanti. Naturalmente, questa pesante ingerenza nella politica di un paese altro deve essere attuata nascostamente così, per il finanziamento dell’opposizione, Bush sceglie un programma del Dipartimento di Stato da lui stesso inaugurato tre anni prima che si chiama Middle East Partnership Initiative e che formalmente promuoverebbe la democrazia e la “stabilità” nei paesi target.
Un documento pubblicato da Wikileaks specifica che parte dei finanziamenti vengono investiti nella creazione di un canale televisivo satellitare con sede a Londra e una programmazione sfacciatamente antigovernativa.
Tra i gruppi finanziati dagli USA ci sono il National Salvation Front, di cui fa parte anche la Fratellanza Musulmana, con base a Washington, e il Movement for Justice and Development, con base a Londra.
Nel 2009 la ONG Democracy Council, con base a Los Angeles, riceve 6,3 milioni di dollari per realizzare un progetto chiamato Civil Society Strengthening Initiative, descritto come “ ‘un serio impegno di collaborazione tra Democracy Council e dei partner locali con l’obiettivo di produrre, tra l’altro, diversi centri di diffusione (delle idee)’. Secondo il Washington Post: ‘Altri cabli rivelano che uno dei centri è Barada TV’.
Un altro documento di Wikileaks, datato 2009, parla di quattro grossi progetti rivolti specificamente alla Siria finanziati nell’anno fiscale precedente dal Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor (DRL) del Dipartimento di stato, oltre alle sovvenzioni a diverse associazioni che operano in Siria o con siriani.
 
 2
Vedere i tagliagole dell'Esercito Siriano Libero (FSA) progressivamente scaricati da tutti i media occidentali, per il fatto di essere al fianco dei turchi nell'operazione "Fonte di pace", fa sorridere amaramente.
Per chi aveva ben chiaro fin dall'inizio, chi fossero i loro sponsor, è una conclusione logica, direi naturale.
Oggi ci tocca assistere alle giravolte dialettiche di chi li ha osannati fino all'altro ieri in chiave anti Assad, mentre li condanna per la repressione dei curdi al fianco di Erdogan.
Eppure nel 2016, in un'intervista, un soldato dell'EAS mi aveva chiaramente ribadito che l'esercito nel 2011 fosse disarmato e avesse ricevuto il preciso ordine di non reagire alle provocazioni per evitare che le "proteste" sfociassero in una guerra di religione.
Il ragazzo in questione aveva subito ventiquattro interventi chirurgici e perso l'utilizzo di entrambe le mani a causa di un colpo di mortaio esploso dai cosiddetti "ribelli moderati".
Un collega, disintegrato dall'esplosione, con il suo corpo aveva fatto da scudo alle schegge, salvandogli la vita.
La sua testimonianza fu giudicata di parte, mentre tutto ciò che ci era giunto da fonte "ribelle" era stato preso per oro colato.
Grazie ancora a Roberta Rivolta per lo straordinario lavoro di ricerca e catalogazione.

PARTE SECONDA - LE “PROTESTE”

2011, 15 marzo - Data ufficiale dell’inizio della “rivolta”. È la prima di una lunga serie di manifestazioni che si sono svolte a Daraa, piccolissima cittadina agricola di confine (non troppo casualmente di confine con Libano, Giordania e Israele) in reazione all’arresto e alle presunte (non esistono a oggi conferme ufficiali, al di là delle testimonianze non verificabili) torture subite da un gruppo di adolescenti per dei graffiti antigovernativi. Per anni non si conoscono i nomi e le facce dei ragazzini e delle loro famiglie, finché pare che nel 2016 un giornalista ne scovi uno, rifugiato in Svezia e ormai adulto. Un secondo, anch’egli ventenne, sfoggia in rete foto con tanto di mitragliatore in mano e bandiera a tre stelle alle spalle.
Molto meno strillata sulla nostra stampa è la notizia che quattro giorni prima, l’11 marzo, l’esercito siriano aveva intercettato un camion carico di armi proveniente dall’Iraq
2011, 17/18 marzo - In barba ai nostri media che li vorrebbero pacifici e inermi, i manifestanti di Daraa danno fuoco al palazzo di giustizia, cantando “Siamo tutti jihadisti. Vogliamo sterminare gli alawiti” (https://youtu.be/8prwbWLa7f0?t=390). La stampa occidentale parla di repressione violenta da parte della polizia, ma persino Wikipedia annovera tra le vittime sette agenti (contro “almeno” quattro manifestanti).
2011, 23 marzo - Sempre a Daraa, l’esercito siriano trova un vero e proprio arsenale nascosto nella Omari Mosque. Il generale saudita Anwar Al-Eshki dichiarerà successivamente alla BBC che le armi sono state inviate dall’Arabia Saudita (Tim Anderson, The Dirty War on Syria, https://www.dailymail.co.uk/news/article-1369167/Syria-6-protesters-killed-security-forces-attack-mosque.html, https://www.youtube.com/watch?v=EGu3sh4MMK8, https://www.voltairenet.org/article201925.html#nb5.)
2011, 29 marzo - Al-Manar riferisce di un totale di sei milioni di manifestanti scesi in piazza a sostegno del presidente Bashar al-Assad. La notizia non compare sui media occidentali. A giugno viene portata in piazza una bandiera siriana lunga 2,3 km. A marzo 2012 TeleSur riferisce di oceaniche manifestazioni a sostegno del governo e in opposizione all’intervento straniero.
2011, 10 aprile - I “pacifici” dimostranti di Banyas torturano, spogliano e uccidono a coltellate il contadino Nidal Jannoud, che si stava recando al mercato per vendere i suoi prodotti. L’unico motivo per il brutale assassinio è che Jannoud è alawita. I video che mostrano il raccapricciante delitto sono stati tutti rimossi dalla rete.
2011, 11 aprile - 9 soldati uccisi in un’imboscata contro un autobus dell’esercito che percorreva la strada tra Latakia e Tartous. Fonti siriane sottolineano che non c’erano scontri in corso nella zona tra manifestanti e forze dell’ordine e che i disordini sono scoppiati successivamente, in reazione all’attacco. Kevork Almassian, del canale Syriana Analysis, sottolinea come un’azione di questo genere non possa essere condotta senza un’adeguata preparazione e pianificazione paramilitare.
2011, 25 aprile - 19 soldati uccisi in un’imboscata a Daraa
2011, 6 giugno -120 soldati uccisi dai “dimostranti” a Jisr al-Shughour
2011, agosto - Ad al Bab, cittadina a nord-est di Aleppo, i “pacifici dimostranti” buttano giù dal tetto gli impiegati di un ufficio postale, accusandoli di essere filogovernativi. Questo accade mesi prima che la città venga occupata da “ribelli” e anni prima che cada nelle mani dell’ISIS (inverno 2013-2014) https://www.bbc.com/news/world-middle-east-38939492.
L’elenco degli attacchi militari da parte del Free Syrian Army contro l’esercito siriano si allunga sempre più. Tutti questi crimini, sottolinea Syriana Analysis, precedono l’entrata in scena di al-Nusra e di ISIS, quindi sono tutti ascrivibili ai cosiddetti “ribelli moderati” (già “pacifici dimostranti”)
Il Fronte al-Nusra, infatti, si è costituito nel dicembre 2011 e ha annunciato la propria nascita a gennaio 2012 con un video online. L’ISIS nasce ufficialmente ad aprile 2013, dalla fusione delle forze irachene e siriane sotto il comando di al-Baghdadi. Anche se militanti dell’ISI iracheno – Islamic State of Iraq – erano già attivi in Siria, non esisteva alcun progetto di stato islamico e alcun coordinamento ufficiale.
Nell’ipotesi che all’origine di tutto ci fossero davvero “pacifici dimostranti” sorprende la rapidità e la facilità con cui avrebbero accettato di imbracciare le armi, arrivando a uccidere premeditatamente e non per autodifesa. Stupisce anche la rapidità con la quale si sono procurati le armi e hanno acquisito competenze tali da poter affrontare un esercito regolare.
(Molti degli episodi qui riportati sono segnalati in questo video di Syriana Analysis https://www.youtube.com/watch?v=8prwbWLa7f0)
 
 
3
In questa terza puntata del bigino sul conflitto siriano vengono passati in rassegna alcuni retroscena che hanno preparato il terreno per il deflagare della crisi.
Mi permetto di sottoporre per l'ennesima volta all'attenzione dei più volenterosi, un articolo di Meyssan che evidenzia il ruolo del senatore McCain (compianto dai politici liberal di mezzo mondo) nel predisporre di persona le cosiddette "primavere arabe" il Libia e in Siria.
John McCain, maestro concertatore della "primavera araba", e il Califfo
Tutti hanno potuto notare la contraddizione di quelli che recentemente definivano l’Emirato Islamico «paladino della libertà» in Siria mentre oggi si indignano per i suoi abusi in Iraq. Ma se questo discorso è di per sé incoerente, ha invece perfettamente senso sul piano strategico: i medesimi individui dovevano essere presentati ieri come alleati e oggi come nemici, anche se continuano sempre ad obbedire agli ordini di Washington. Thierry Meyssan rivela i retroscena della politica degli Stati Uniti attraverso il caso particolare del senatore John McCain, maestro concertatore della "primavera araba" e interlocutore di vecchia data del Califfo Ibrahim.

PARTE TERZA - I RETROSCENA

2011, dicembre - Sibel Edmonds, ex interprete dell’FBI, denuncia che da maggio dello stesso anno gli USA stanno addestrando miliziani antigovernativi nella base militare di Incirlik, in Turchia, e che stanno facendo entrare armi illegalmente nel territorio siriano, dove conducono operazioni di propaganda e di spionaggio.
2012, 13 gennaio - Padre Frans van der Lugt, che sarà assassinato nel 2014 da sicari non identificati, scrive una lettera da Homs in cui dichiara che “la maggior parte dei cittadini siriani non sostiene l’opposizione”. “Non si può dire che questa sia una rivolta popolare. La maggioranza della popolazione non fa parte della rivolta e men che meno della rivolta armata. […] Fin dall’inizio i movimenti di protesta non sono stati puramente pacifici. Dall’inizio ho visto dimostranti armati marciare insieme ai manifestanti, e hanno cominciato per primi a sparare contro la polizia.
testo originale:
2012, febbraio - Escono sul sito israeliano Debkafile le prime indiscrezioni sulla presenza a Homs di truppe britanniche e qatariote in supporto ai terroristi. È la prima notizia sulla presenza di militari occidentali sul terreno
Pochi giorni dopo, un comandante del Free Syrian Army conferma di aver ricevuto armi e missili antiaerei da Stati Uniti e Francia
A dicembre un’intercettazione telefonica inchioderà un parlamentare libanese filosaudita, implicato in un traffico di armi verso la Siria
2012, febbraio-marzo - A partire da fine febbraio, Wikileaks comincia a pubblicare una quantità enorme di documenti sottratti alla Stratfor, azienda statunitense specializzata in sicurezza e intelligence. Tra le email relative alla Siria attira l’attenzione un rapporto relativo a un incontro al Pentagono di un gruppo di studio strategico in forza all’aviazione. Vi si legge della difficoltà di passare a un intervento militare diretto, a meno di riuscire a convogliare l’attenzione dei media su qualche massacro; dell’alta tolleranza da parte degli USA nei confronti degli omicidi commessi dai loro protégé, purché non attirino troppo l’attenzione; della presenza sul campo già effettiva di squadre militari di diverse nazioni (“presumibilmente USA, UK, Francia, Giordania, Turchia”) a scopo di ricognizione e per addestrare i militanti antigovernativi; di un piano che si compone di “attacchi di guerriglia, campagne di assassinii, cercare di spezzare la schiena alle forze alawite, provocare il collasso dall’interno”.
2012, marzo - A Homs vengono catturati 13 ufficiali dell’esercito francese.
2012, 25 maggio - Strage di Hula. 108 persone vengono uccise in un attacco sanguinosissimo. La responsabilità viene immediatamente attribuita all’esercito siriano, che avrebbe bombardato il villaggio di Taldou per lasciarlo poi in balia della violenza di bande di filogovernativi. In realtà molti dettagli non tornano nelle versioni riferite da presunti testimoni oculari, fra queste l’assenza di tracce di bombe cadute nella zona e soprattutto l’appartenenza della quasi totalità delle vittime al ramo sciita dell'islam e alla setta alauita.
L’email della Stratfor sulla necessità di creare un “casus belli” per un intervento armato diretto, datata dicembre 2011, giganteggia sullo sfondo dell’orrore e dell’indignazione con cui la stampa occidentale punta il dito contro il governo siriano, prima ancora di avere verificato l’attendibilità delle testimonianze. Nonostante l’ONU ancora in data 12 giugno dichiarerà di non poter escludere la responsabilità delle forze anti-governative, il 28 maggio tredici paesi tra Europa, Stati Uniti e i loro alleati troncano le relazioni diplomatiche con la Siria e ne espellono i rappresentanti
 
 
4
Prima di dare spazio alla quarta parte del bigino sulla Siria, riporto un aggiornamento, redatto sempre da Roberta, sulla gola profonda che ha scoperchiato il vaso di Pandora in merito alle indagini dell'OPAC (guardacaso premio Nobel per la pace), sul presunto attacco chimico nella Douma.
La notizia era uscita a maggio.
L'OPAC, ossia la Commissione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW in inglese) partorita dall'ONU per monitorare l'uso di armi chimiche nel mondo, aveva deliberatamente insabbiato la relazione di Ian Henderson, capo della squadra di ispezione scientifica inviata a Douma per indagare sul presunto attacco chimico avvenuto il 7 aprile 2018.
Secondo Ian Henderson, che aveva già ricoperto la stessa carica nel 1998 e quindi si presume fosse voce ritenuta affidabile dai membri della commissione e dall'ONU stessa, aveva dimostrato che il contenitore che avrebbe sprigionato il gas clorino (la Commissione ha confermato di non aver trovato tracce di gas sarin sul luogo del presunto attacco) non poteva essere caduto dall'alto, compatibilmente con un bombardamento aereo governativo o russo, e quindi era stato piazzato sul luogo a mano. In una zona controllata dai terroristi.
Ieri Wikileaks ha pubblicato la dichiarazione di un comitato istituito dalla Courage Foundation, un fondo che si occupa di raccogliere finanziamenti per la difesa legale di whistleblower e giornalisti, che si è riunito a Bruxelles il 15 ottobre per ascoltare le testimonianze e riesaminare le prove raccolte da Henderson.
Riferisce Wikileaks che “Uno dei membri del comitato era José Bustani, primo direttore generale dell'OPAC, il quale ha concluso dicendo: «Le prove convincenti di un comportamento irregolare nelle indagini dell'OPAC sul presunto attacco chimico di Douma confermano i dubbi e i sospetti che già avevo. Non riuscivo a trovare un senso in quello che leggevo sulla stampa internazionale. Persino i rapporti ufficiali sulle indagini sembravano come minimo incoerenti. Il quadro è sicuramente più chiaro ora, anche se parecchio inquietante».”
Ci siamo convinti dalla testimonianza che informazioni chiave sulle analisi chimiche, analisi tossicologiche, studi balistici e dichiarazioni di testimoni sono stati occultate, chiaramente per agevolare una conclusione stabilita a priori” si legge nella dichiarazione finale del comitato. “Abbiamo appreso di inquietanti tentativi di escludere alcuni ispettori dall’investigazione e di bloccare i loro tentativi di sollevare dubbi legittimi, di evidenziare pratiche irregolari e persino di esprimere le loro osservazioni e conclusioni differenti.”
Le opinioni degli esperti in quell’occasione sono state che i segni e i sintomi osservati nei video e ricavati dai racconti dei testimoni non erano compatibili con un’esposizione al cloro molecolare o a qualunque sostanza chimica contenente cloro reattivo” dice ancora la relazione analitica del comitato.
Si legge inoltre che la presenza di gas clorino è registrata nell’ambiente un po’ ovunque, e può essere dovuta a cause naturali o legate alle attività umane (preservanti del legno, cloro nell’acqua ecc.).
Ricordiamo che, senza sapere né il come né il perché, pochi giorni dopo il presunto attacco e senza alcun mandato internazionale a offrire una parvenza di legittimità, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – e prima ancora Israele – hanno bombardato siti governativi in Siria, tra cui diversi depositi di materiali chimici che, se davvero fossero stati quello che Trump andava strillando, avrebbero provocato una tragedia di dimensioni gigantesche, molto più grave della farsa inscenata a Douma dai terroristi.

PARTE IV - COESIONE INTERNA, NEMICI ESTERNI

2013, marzo - La NATO riconosce che la popolarità del presidente siriano è in crescita. Il 70% dei siriani sarebbe al fianco del loro presidente, un 10% si mantiene neutrale e solo il 20% sostiene i cosiddetti “ribelli” (link “casualmente” non più disponibile, ma recuperabile su archive.org)
2013, maggio - Il senatore John McCain entra illegalmente in Siria dalla Turchia per incontrare “i leader dell’opposizione armata”. Tra i personaggi con cui conversa amichevolmente, come attestato da una fotografia ormai celebre, c’è Abu Bakr al-Baghdadi, terrorista ricercato negli USA e fondatore dell’ISIS
2013, 21 agosto - Gli USA alzano il tiro e per la prima volta accusano ufficialmente il governo siriano di aver utilizzato armi chimiche nella Ghouta. Obama minaccia l’intervento armato in risposta alla violazione della “linea rossa” da lui stabilita un anno prima. A 5 giorni dall’attacco, la OPCW (OPAC in italiano), speciale commissione per l’abolizione delle armi chimiche istituita dall’ONU, conferma il ritrovamento di tracce di gas sarin nella zona, ma non è in grado di attribuire responsabilità. A maggio Carla Del Ponte, membro della Commissione d'inchiesta indipendente dell'ONU sulla Siria, aveva detto: «Abbiamo potuto raccogliere alcune testimonianze sull’utilizzo di armi chimiche, e in particolare di gas nervino: non da parte delle autorità governative bensì da parte degli oppositori, dei resistenti»
A dicembre il giornalista investigativo Seymour N. Hersh dalle pagine della London Review of Books accusa Obama di aver nascosto dettagli importanti per distrarre i sospetti dai terroristi e mettere sotto accusa Bashar al Assad
2014, 30 maggio - Nuove elezioni presidenziali in Siria. Nella maggior parte dei paesi occidentali viene interdetto il voto agli espatriati, così come nelle aree siriane sotto controllo dei terroristi. A Beirut l’ambasciata viene letteralmente presa d’assalto e le strade circostanti sono paralizzate dalla massa degli aspiranti elettori. La stampa occidentale balbetta, ma persino il corrispondente della BBC è imbarazzato nell’insistere sulla “paura” come movente di migliaia di persone che sventolano bandiere siriane e sfoggiano magliette con la faccia del presidente.
Il verdetto delle urne attribuirà una vittoria schiacciante a Bashar al-Assad che raccoglie poco meno dell’89% dei consensi, con un’affluenza del 73% della popolazione
2014, 13 settembre - L’ISIS lancia un’operazione militare contro Kobane. La città si trova sotto il controllo delle YPG, le Unità di Protezione Popolare separatiste curde che hanno approfittato dell’abbandono di una parte del territorio siriano da parte dell’esercito in difficoltà per imporre il controllo de facto su una regione etnicamente molto composita. L’ISIS uscirà sconfitto dalla battaglia e i media occidentali, la cui narrazione di una “rivoluzione democratica” è fortemente minata dalle notizie dei barbari assassini che i terroristi stessi diffondono in rete e che inevitabilmente rimbalzano sui media, fanno prontamente della “causa curda” il loro nuovo cavallo di battaglia. A Kobane, le YPG riescono a sconfiggere l’ISIS avvalendosi del supporto dei terroristi del Free Syrian Army, dei Peshmerga iracheni e “degli Stati Uniti e dei loro alleati arabi” (come ammette candidamente Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Koban%C3%AA) , cioè gli stati del Golfo che supportano il terrorismo in Siria. E con il conforto della benedizione di Israele
Grazie al sostegno statunitense, i curdi separatisti riusciranno a imporre il proprio controllo su quasi un terzo del territorio siriano. Mentre la “sinistra” occidentale si crogiola nel sogno del cosiddetto progetto “democratico” della “Federazione democratica del Rojava”, i separatisti curdi regalano agli USA un numero indefinito di basi militari su territorio siriano (una ventina secondo il canale russo RT https://www.rt.com/news/420092-syria-kurdistan-military-base/, almeno 10 documentate dalla agenzia di stampa turca Anadolu, fino al 2017 https://www.thedailybeast.com/turkey-leaks-secret-locations-of-us-troops-in-syria).
Nel frattempo, si moltiplicano le denunce di atti di pulizia etnica commessi dai separatisti nelle aree da loro occupate, e di episodi di violenza contro le altre minoranze
Nonostante la schiacciante vittoria di Bashar al-Assad alle elezioni e nonostante il sostegno di cui gode presso la popolazione, gli anni 2014-2015 sono i più difficili dal punto di vista militare. Nell’estate del 2015 l’esercito siriano ha perso il controllo della maggior parte del territorio e l’ISIS ne controlla la metà
 
 
5
Dopo un giorno di pausa per consentire una buona digestione delle quattro puntate precedenti, ritorna il bigino sul conflitto siriano.
Ieri oltre un milione di persone hanno manifestato in Cile contro le disuguaglianze sociali e la brutalità della repressione delle proteste di piazza dei giorni scorsi.
Il bilancio delle vittime, dei feriti e degli arresti è impressionante.
Troppo tardi è arrivato il passo indietro di Piñera, il presidente miliardario eletto alla fine del 2017 con i voti della destra post-pinochetista e dei settori legati ai nostalgici del regime militare.
Il suo governo è stato definito "la caricatura del manuale del liberismo ortodosso più dottrinario".
Non è stata registrata nessuna presa di posizione da parte della comunità internazionale e degli intellettuali da riporto, nei confronti delle violenze ai danni dei manifestanti.
Non vi è traccia alcuna di quei proclami a reti unificate che, solo per fare un esempio vicino, hanno portato il Venezuela sull'orlo del golpe e della conseguente guerra civile.
Così come non si è verificata alcuna reductio ad Hitlerum di Piñera al quale è stato "miracolosamente" risparmiato il florilegio di epiteti rivolto in passato nei confronti di Maduro, di Assad, di Gheddafi e di Janukovyč.
Se si è a capo di un governo "amico degli amici" la brutalità delle forze dell'ordine viene passata in sordina e la colpa dei disordini viene addossata alla violenza dei manifestanti.
Siamo di fronte all'ennesimo caso di indignazione a geometria variabile.
Politici, intellettuali di regime e media asserviti pongono l'accento sulle manifestazioni di piazza a seconda dell'allineamento del governo: se è filo-atlantico, allora abbiamo manifestanti violenti e cattivi e forze dell'ordine che difendono le istituzioni democratiche; se è anti-imperialista o non affiliato ai “protettori” neoliberisti, allora i manifestanti sono per definizione democratici, buoni, liberatori, talvolta addirittura ecologisti e femministi e la polizia è ovviamente brutale e al servizio di un dittatore.

PARTE V - “LA DISSOLUZIONE DI SIRIA E IRAQ È L’OBIETTIVO PRIMARIO DI ISRAELE”

2015, 30 settembre - La Russia, che fin dall’inizio ha sostenuto la Siria diplomaticamente, entra ufficialmente in guerra. Il coinvolgimento militare russo, richiesto dal presidente siriano Bashar al-Assad e quindi assolutamente legittimo secondo la legge internazionale, getta lo scompiglio nelle fila nemiche. I giornali occidentali e John Kerry si precipitano a specificare che la presenza russa sarà tollerata solo se i suoi attacchi saranno rivolti esclusivamente contro obiettivi dell’ISIS. E le accuse di disprezzo per la vita dei civili che hanno inseguito il governo siriano per quattro anni ora ricadono anche sul presidente russo Putin.
2015, marzo - Nel Golan occupato viene arrestato in gran segreto il druso Sedki al-Malek, per aver documentato i contatti tra jihadisti ed esercito israeliano con video pubblicati su YouTube:
Il coinvolgimento armato di Israele nella guerra contro la Siria è attestato da una serie innumerevole di raid aerei contro obiettivi siriani, iraniani o libanesi già a partire dal 2013 (anche se per la prima conferma ufficiale bisognerà attendere il 2017 https://www.straitstimes.com/world/middle-east/air-strikes-on-syrian-regime-israel-raids-inside-syria-since-2013) ed è ulteriormente confermato dalla quantità enorme di armi e munizioni di produzione israeliana rinvenuti nei siti abbandonati dai jihadisti in fuga
Il sostegno esplicito alle milizie fondamentaliste risale almeno al 2012, quando i terroristi feriti venivano accolti e ricevevano assistenza medica negli ospedali israeliani. Nel 2016 questa assistenza sanitaria riceverà menzione ufficiale con tanto di etichetta: “Operation Good Neighbour”, Operazione di Buon Vicinato:
Anche l’intervento armato, ufficializzato nel 2018, riceve il suo specifico nome di battesimo, “Operation Chess” (Operazione Scacchi). Ma già nel 2017 Amir Eshel, ex capo dell’aviazione israeliana, dichiarerà ad Haaretz di aver ordinato oltre 100 attacchi aerei su territorio siriano dal 2012 in poi
Il coinvolgimento di Israele nella guerra, d’altro canto, è inscritto negli schieramenti stessi, e la presunta indifferenza ostentata all’inizio del conflitto non è mai stata credibile. Il progetto espansionistico israeliano si scontra naturalmente con l’antisionismo della Siria, di Hezbollah in Libano e dell’odiatissimo Iran. Nel 1982, sulla rivista Kivounim, pubblicata dall'Organizzazione Mondiale Sionista, viene pubblicato un articolo dal titolo “Una strategia per Israele negli anni '80”, firmato da Oded Yinon, giornalista ed ex funzionario del ministero degli Esteri israeliano, nel quale si legge: “La dissoluzione di Siria e Iraq in aree etnicamente o religiosamente uniche come in Libano, è l'obiettivo primario di Israele sul fronte orientale nel lungo periodo, mentre la dissoluzione del potere militare di questi stati costituisce l'obiettivo primario a breve termine. La Siria cadrà a pezzi, in conformità con la sua struttura etnica e religiosa, divisa in diversi stati, come è oggi il Libano, in modo che ci sarà uno stato sciita alawita lungo la sua costa, uno stato sunnita nella zona di Aleppo, un altro stato sunnita a Damasco ostile al suo vicino del nord, e i drusi che si insedieranno in uno stato forse anche nel nostro Golan, e certamente nel’Hauran e nel nord della Giordania”.
È l’ennesima conferma della strategia politica adottata da Israele fin da prima della sua nascita, una strategia di frammentazione del mondo arabo al fine di assumere il controllo del Medio Oriente; la stessa strategia che ha spinto il Mossad a infiltrare pesantemente gli ambienti separatisti curdi in Iraq fin dagli anni ‘60 e a dividere i palestinesi tra musulmani, cristiani e drusi (cfr. Ghada Karmi, Sposata a un altro uomo).
2016, 4 aprile - A Khan Sheikun si ripete il copione già sperimentato nella Ghouta tre anni prima. Tre giorni dopo un presunto attacco chimico, senza darsi il tempo neanche di chiedere un’indagine, gli USA di Trump rispondono bombardando l’aeroporto militare di Al Shayrat, da cui sarebbero partiti gli aerei carichi di armi chimiche. L’OPAC pubblica un rapporto a giugno, sulla cui base il Joint Investigative Mechanism ritiene “molto probabile” la responsabilità del governo siriano, ma non riesce a escludere che l’ordigno che ha liberato il gas non possa essere stato piazzato da terra, quindi dai terroristi
Un’indagine indipendente condotta dai russi mette in luce alcune incongruenze nel rapporto della commissione ONU, denunciandone la scarsa attendibilità
Secondo il governo siriano l’attacco non è mai avvenuto, ma è stato un falso incidente messo in scena dai terroristi per sollecitare l’intervento USA (pochi giorni prima Trump aveva dichiarato di aver rinunciato a rovesciare il “regime” di Assad). Il punto più debole del rapporto sta nel rifiuto dei commissari di recarsi sul luogo del presunto attacco. “Come può la commissione analizzare dei campioni che gli sono stati procurati da militanti di un altro paese? Quale garanzia ha che i campioni provengano effettivamente dal cratere in questione? Chi verifica le testimonianze di persone che vivono in una città sotto il controllo dei jihadisti?”
Obiezioni simili solleva il professore emerito di Scienze, Tecnologia e Politiche di sicurezza nazionale al MIT, Theodore Postol (https://www.truthdig.com/videos/a-critique-of-false-and-misleading-white-house-claims-about-syrias-use-of-lethal-gas/ ) che fa anche notare come le foto raccolte dall’OPAC ritraggano lavoratori intenti a raccogliere campioni sul presunto luogo dell’attacco vestiti normalmente, senza adeguata protezione, a poche ore dall’attacco. La questione viene definitivamente risolta, per così dire, dal Segretario alla Difesa USA James Mattis che, riferendosi al coinvolgimento del governo siriano negli attacchi chimici, sei mesi dopo le conclusioni del JIM dichiara, di fronte all’House Armed Services Committee: “Non le posso dire che abbiamo le prove. Le stiamo cercando”.
2016, 16 settembre - La città siriana di Deir Ezzor è sotto assedio dal 2013. È isolata dalla più vicina postazione militare siriana, in quanto il deserto circostante è in mano ai terroristi, e riceve rifornimenti tramite un ponte aereo, grazie al fatto che l’esercito ha mantenuto il controllo dell'aeroporto. Un contingente militare siriano è infatti appostato da oltre un anno sul prospiciente monte Tharda. Il 16 settembre 2016 l’aviazione USA attacca le postazioni siriane con un bombardamento che dura non meno di un’ora. Rimangono a terra 100 soldati (sono solo 35 i sopravvissuti), vengono distrutti mezzi militari e viene abbattuto il collegamento alla rete elettrica. L’indebolimento della postazione permette all’ISIS di attaccare e di conquistare le alture circostanti l’aeroporto. Nella testimonianza di un soldato rimasto ferito nell’attacco: “Alle 4 del pomeriggio di ieri, gli aerei degli alleati, gli stessi [che avevamo visto passare la] mattina, hanno cominciato a bombardarci e ad aprire la strada ai nostri nemici”
L’aeroporto cade quindi sotto il tiro dei terroristi e questo impedisce il rifornimento della città assediata, se non di notte e con grave rischio. L’avanzata dei terroristi inoltre spezza i contatti tra l’aeroporto e la città. Gli USA sosterranno di essersi “sbagliati”:
I siriani recupereranno il controllo dell'aeroporto solo un anno dopo. Il 10 settembre 2017 l’esercito siriano romperà l’assedio di Deir Ezzor e si ricongiungerà con i soldati rimasti intrappolati nella sacca circondata dall’ISIS. La città sarà definitivamente liberata il 17 novembre 2017
 
 
6
Sesta ed ultima puntata del bigino sulla Siria.
Colgo l'occasione per ringraziare nuovamente
Roberta Rivolta per l'immane lavoro di ricerca svolto; non è affatto scontato che una persona, che nella vita fa un altro lavoro, metta il suo tempo libero a disposizione della collettività, per amor di giustizia e senza ricevere alcun tornaconto personale.
Lo dico soprattutto ai molti che si lamentano, o peggio ancora si rifiutano di leggere, se un post su FB supera le dieci righe.
Nel frattempo l'ennesimo velo di ipocrisia è calato.
Gli USA hanno lasciato un contingente a "protezione dei pozzi petroliferi siriani" nella zona di Hasakah, a nord est, ma anche più in profondità nel territorio siriano, a Deir ez-Zor.
Adesso spero sia più chiaro a tutti a cosa servisse veramente il cosiddetto Rojava (e il battage pubblicitario fatto in questi anni per giustificare all'opinione pubblica la sua costituzione) e a quale gioco si stessero prestando i curdi: custodire per conto terzi i pozzi, al fine di privare la Siria di risorse essenziali per la sua sopravvivenza.
Così il portavoce ufficiale del ministero della Difesa russo, il generale Igor Konashenkov, in merito alla vicenda:
"Né nel diritto internazionale, né nella stessa legislazione americana, da nessuna parte, non può essere legittimo il compito per le truppe americane di proteggere e difendere i giacimenti di idrocarburi siriani dalla stessa Siria e dalla sua popolazione.
Pertanto, quello che Washington sta facendo ora, si tratta del sequestro e del controllo militarizzato dei giacimenti petroliferi nella Siria orientale, è semplicemente un'azione di brigantaggio internazionale di Stato".

PARTE SESTA - VERSO LA VITTORIA

2016, dicembre - Aleppo è liberata.
La campagna militare che porterà al primo successo decisivo dell’esercito siriano viene preceduta e accompagnata da una propaganda martellante contro il governo. Si moltiplicano le accuse di bombardamenti contro ospedali
e gli accorati appelli a salvare le vite dei civili. I toni sono da imminente catastrofe umanitaria. La rete viene letteralmente sommersa da video di presunti cittadini comuni (in realtà militanti armati) che temono per la propria vita. È il momento di gloria di Bana al-Abed, una bambina che dal suo account Twitter incanta e commuove il mondo con le sue frasi in un inglese inaspettatamente articolato, ma che si scoprirà essere figlia di un filoterrorista e di non capire che mezza parola d’inglese. Gli eroi incontrastati di Aleppo per il pubblico occidentale sono i White Helmet, impostori che si appropriano indebitamente del titolo di Difesa civile siriana e che gli stessi abitanti della città denunceranno essere al servizio esclusivo dei terroristi. E della propaganda. Un bambino di cinque anni, Omran Daqneesh, viene sbattuto sul retro di un’ambulanza e fotografato da un terrorista delle brigate al-Zinky per diventare il nuovo testimonial della propaganda anti-Assad. È un’altra notizia costruita ad arte, smentita solo un anno dopo dall’emittente libanese al-Mayadeen.
Il 10 marzo 2017 l’attivista francese Pierre Le Corf pubblica un video in cui mostra come dietro l’ospedale M10, uno di quelli che i bombardamenti governativi avrebbero raso al suolo più volte, si trovino, uno accanto all’altro, il quartier generale di al-Qaeda e quello dei White Helmet, sulla cui facciata coesistono in perfetta armonia il logo dei Caschi Bianchi e quello di Jabhat al-Nusra. È la prima prova ufficiale della collusione tra le due formazioni
La distruzione da parte di al-Nusra dell’ospedale al-Kindi, nel 2013, il più importante centro oncologico del paese, non aveva invece smosso alcuna coscienza
La campagna di glorificazione dei White Helmet procede indisturbata, promossa a pieno ritmo dalla macchina hollywoodiana. George Clooney annuncia la sua intenzione di girare un film su di loro. Il documentario di Netflix che li celebra viene premiato con un Oscar. Al Sundance un altro documentario, “The Last Men in Aleppo”, vince il Gran premio della giuria. Tutto questo nonostante sia ormai di pubblico dominio l’appartenenza dei membri della sedicente protezione civile alle schiere dei tagliagole, documentata dalle testimonianze emerse dopo la liberazione di Aleppo, oltre che da numerosissime foto facilmente reperibili sul web e da un’interminabile serie di articoli firmati soprattutto dalla giornalista indipendente britannica Vanessa Beeley.
2016, ottobre - Wikileaks diffonde oltre 20.000 pagine di corrispondenza elettronica intercorsa presumibilmente tra Hillary Clinton e John Podesta, presidente della sua campagna elettorale. Tra tutte, l’email più citata e commentata è quella in cui la Clinton sostiene che “il modo migliore per aiutare Israele a gestire la crescente capacità nucleare dell’Iran è aiutare il popolo siriano a rovesciare il regime di Bashar al-Assad. […] Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria sembrano scollegati, ma non lo sono. Quello che preoccupa davvero i capi militari israeliani – ma di cui non possono parlare – è la possibilità di perdere il monopolio sul nucleare. […] La fine del regime di Assad porrebbe fine a questa pericolosa alleanza [tra Iran, Siria e Hezbollah]. La leadership israeliana comprende bene perché sconfiggere Assad è ora nel suo interesse. […] In breve, la Casa Bianca può allentare la tensione di Israele rispetto all'Iran facendo la cosa giusta in Siria. Con la sua vita e la sua famiglia in pericolo, solo la minaccia o l’uso della forza farà cambiare idea al dittatore siriano Bashar Assad.”
Le email pubblicate da Wikileaks ovviamente non sono state mai confermate né dalla Clinton né da Podesta, ma neanche sono state mai sconfessate né è stata mai prodotta alcuna prova che ne dimostrasse la non autenticità. PolitiFact, un’organizzazione no-profit che si occupa di verificare l’accuratezza delle affermazioni di tutto il mondo politico USA, le ha giudicate “generalmente autentiche”
e altre agenzie di intelligence americane hanno constatato che non contengono “contraffazioni evidenti”. PolitiFact non esclude la possibilità che qualcuna, data l’enorme mole, sia stata alterata o sia totalmente falsa, ma risulta per lo meno dubbio che su questa non siano state pubblicate smentite, se esistessero, considerando il peso del contenuto:
2018, 7 aprile - Presunto attacco chimico a Douma. A due anni di distanza da Khan Sheikoun, il copione viene ripetuto, per la terza volta su larga scala (in realtà accuse di questo genere circolano in continuazione, al punto da non riuscire più in molti casi ad attirare l’attenzione del pubblico). Questa volta la narrazione è di respiro molto meno ampio. Robert Fisk si reca sul luogo una decina di giorni dopo e conclude che l’attacco non è mai avvenuto. Le immagini erano false. Sono stati i White Helmet a diffondere il panico urlando all’attacco chimico e allarmando gli abitanti della zona
Il bambino mostrato ossessivamente da decine se non centinaia di canali televisivi è stato reclutato contro la sua volontà come “vittima” e sottoposto a inutili, frenetici lavaggi, insieme a molti altri
Il 17 maggio 2019 si scopre che la commissione dell’ONU, che ha finalmente preso un aereo per la prima volta da quando è stata istituita per andare a verificare i fatti sul campo, ha insabbiato un rapporto secondo il quale i contenitori di gas clorino (la stessa commissione aveva escluso la presenza di gas sarin), presunti responsabili della fuoriuscita degli agenti chimici mortali, non possono essere caduti dall’alto, ma sono stati portati a mano, quindi necessariamente dai terroristi, che controllavano la zona
L’attacco avviene nel bel mezzo dell’avanzata militare che porterà alla liberazione di tutta l’area circostante Damasco. Avanzata preceduta, come sempre, dalla creazione di corridoi umanitari per permettere la fuga alla popolazione civile. E di vera fuga si tratta perché i jihadisti sparano a chi cerca di uscire.
Ma anche di questo la nostra stampa non si dà pena di informarci. Anzi, si rimette alacremente in moto per risollevare l’opinione pubblica contro il governo siriano, cerca perfino di lanciare un “Bana 2”, un ragazzino di 17 anni di nome Muhammad Najem, ma l’operazione non funziona più, il trasporto emotivo del pubblico non raggiunge il parossismo che ha accompagnato la liberazione di Aleppo.
Fortunatamente, come recita piccato un articolo della BBC che piange sui terroristi sconfitti della Ghouta, l’impeto della “guerra di Assad” è inarrestabile. L’esercito siriano libera un’area dopo l’altra, puntualmente accolto da cittadini festanti, che i nostri telegiornali si guardano bene dal mostrarci.
Attualmente, la Siria è ancora divisa: la maggior parte del territorio è stato liberato dall’esercito ed è tornato sotto controllo governativo. Resiste un’ampia fascia, al confine con Iraq e Turchia, nella quale i separatisti curdi ancora cullano il sogno di creare uno stato indipendente, dopo aver sottratto case, terra e diritti ai loro legittimi abitanti.
L’ultimo bastione dei terroristi è Idlib, sulla quale ancora convergono le tensioni militari e diplomatiche di tutti i paesi coinvolti nel conflitto.
Conflitto che è costato mezzo milione di vite umane, ha strappato alle loro case 13 milioni di rifugiati e ha procurato invalidità permanenti a un milione e mezzo di siriani.
 
Le foto sono, ovviamente, di Giorgio Bianchi.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna