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MA SCUSA, QUELLO NON È IL PADRONE?

Scritto da Giorgio Langella - Dip. Lavoro PCI.

15 novembre 2020

 

Alcune considerazioni sul “faccia a faccia” tra Bonomi e Landini che si è tenuto a Futura 2020, evento organizzato da CGIL

Di Giorgio Langella Dip. Lavoro PCI

e Dennis Klapwijk Dip. Lavoro FGCI

 

Qualche giorno fa si è tenuto un confronto tra Bonomi e Landini (condotto e moderato da Lucia Annunziata) che ha affrontato varie questioni inerenti ai problemi del lavoro. Mi sembra che ci siano alcune cose che sarebbe giusto approfondire e puntualizzare.

Intanto bisognerebbe rispondere a una semplice domanda: è stato opportuno e utile alla causa delle lavoratrici e dei lavoratori organizzare un faccia a faccia con il presidente di Confindustria (di cui sono note le proposte e le posizioni di restaurazione di rapporti di lavoro pre Statuto dei Lavoratori), soprattutto all'indomani di uno sciopero dei matalmeccanici che ha visto grande partecipazione e poca o nessuna attenzione mediatica? La risposta sarebbe da trovare in quello che è stato veicolato dall'informazione nazionale e cioè un sostanziale “cambiamento di clima” tra sindacato e confindustria e un passo avanti verso quel “patto sociale” che ha l'obiettivo di contenere ed evitare il conflitto capitale e lavoro. Un conflitto reale che spesso viene cancellato dalla propaganda che vuole narrare si dell'esistenza di conflitti ma tra lavoro e ambiente e lavoro e salute.

Anche se non era (forse) quanto realmente nelle intenzioni almeno da parte, si spera, di Landini, questa “concordia” è quanto apparso e quello che si è capito dal confronto tra Landini e Bonomi. In poche parole non sembra eccessivo affermare che, nell'ora di faccia a faccia, la concertazione abbia trionfato e che lo storico conflitto tra capitale e lavoro sia stato accantonato.

Tutto il faccia a faccia è stato attraversato dall'assenza di una necessaria conflittualità. Si è respirato, nei toni e nella sostanza, un sostanziale "vogliamoci bene" (nascosto tra le pieghe pieghe di una crisi durissima e di qualche doveroso distinguo), indice dell'accettazione di "essere tutti nella stessa barca" che porta inevitabilmente a subire la cultura dominante di impresa.

Inoltre ritengo che non si possa continuare a parlare per titoli o slogan, senza porre, anche in occasioni come questa, proposte di reale alternativa. Difficile è ricordare che sia stata pronunciata la parola patrimoniale quando si parlava di dove trovare le risorse necessarie. Quando, poi, Landini cita l'innovazione tecnologica (digitalizzazione, informatizzazione ... ) ne fa solo un accenno, il titolo di qualcosa che deve essere approfondito e che risulta indefinibile. Non sarebbe stato opportuno, forse, affermare che l'innovazione tecnologica può essere il motore di una profonda trasformazione del modello di sviluppo? Che il suo utilizzo potrebbe essere il “grimaldello” per lavorare meglio, meno, in sicurezza e con maggiori retribuzioni? Che potrebbe indicare nuovi metodi di produzione meno faticosi e alienanti? Che, grazie al suo sviluppo, si potrebbe progettare una società dove la produzione fosse indirizzata più che al consumo individuale all'utilità e al benessere collettivo? Invece, ascoltando anche il confronto di cui si parla, sembra (ma è qualcosa che diventa presto certezza) che non esista alcuna idea, nessuna prospettiva. Che ci si limiti a sciorinare titoli privi di proposte e di sostanza. Noi siamo consci che Confindustria abbia in mente un progetto ben preciso che è quello solito del capitale: il mercato comanda, lo Stato è spettatore (anzi, finanziatore del privato), l'individualismo è la strada per raggiungere la ricchezza (di pochi e non di tutti), che ci si deve inchinare di fronte al feticcio della produttività … in definitiva che questa e ogni altra crisi la devono pagare lavoratrici, lavoratori, pensionati e che non esiste alternativa. Davanti a questa realtà, accettare la concertazione e non il conflitto, sembra un atteggiamento attendista che porterà inevitabilmente a rinunciare ai diritti fondamentali di chi lavora restando sempre sulla difensiva.

Altre questioni critiche sono inerenti al ruolo dello Stato. Da quello che si capisce (e che si nasconde dietro affermazioni che apparentemente chiamano lo Stato ad assumere un ruolo in settori importanti dell'industria e dell'economia) la posizione di Landini è molto debole in quanto lo stato non può sostituirsi al privato ma investire e dare soldi con criterio.

L'affermazione, poi, della necessità di dialogare tra corpi intermedi perché è necessario progettare il futuro assieme è decisamente imbarazzante? Che altro è se non il patto sociale auspicato da confindustria?

Infine, sulla sicurezza nel lavoro è stato detto pochissimo, anzi nulla. Sembra che questo sia un problema inesistente o che non sia di competenza dei "corpi intermedi". Invece questo è un problema che dovrebbe avere la massima priorità e che investe la vita stessa di chi vive del proprio lavoro. In una nota dell'Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro si può leggere: "13 novembre 29 morti sui luoghi di lavoro questo mese. 510 i lavoratori morti sui luoghi di lavoro dall’inizio dell’anno, 976 complessivi con i morti sulle strade e in itinere. Altri 440 morti per infortunio da coronavirus." Non approfittare del confronto con Bonomi per porre con forza questa tragedia giornaliera è qualcosa di grave che non può essere derubricata a “dimenticanza”.

In conclusione, il faccia a faccia tra Bonomi e Landini lascia un grande amaro in bocca. La pacatezza del confronto e il concordare su troppe questioni ha un retrogusto di sconfitta che non possiamo accettare.

 

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