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UNA RIFLESSIONE SULL' EUROPA

Scritto da Lamberto Lombardi - Segr. Prov. PCd'I Brescia.

Cari compagni,

ogni volta che si arriva a parlare di Europa ho la nitida impressione che se ne sia parlato, dalle nostre parti, sempre troppo poco, e superficialmente. E che lo spirito europeista fosse molto più vivido nel '45, pur a ridosso della guerra fredda. Poi, in fondo, le elezioni europee, tra una amministrativa ed una politica, sono state una tornata elettorale assimilabile più a un sondaggio un pò più strutturato che ad una vera elezione. Lo scontro, come si torna a dire oggi, di classe, avveniva sul terreno nazionale mentre le aspirazioni internazionaliste, per lunghi anni, sono state affidate al sovietismo ed alle vicende delle relazioni tra i due 'blocchi' , di qua e di là dalla cortina di ferro.

Così la storia dell'Europa unita ha proceduto in ombra, quasi senza scossoni, nella sua dimensione apparente di fisiologico e tranquillo superamento di quei nazionalismi che avevano lasciato ultima prova di sé nell'ultimo conflitto bellico. Ed è come, grosso modo, ci veniva venduta questa unione economica avanzante, e come accettammo che progredisse, bollando i referendum contrari sparsi tra Irlanda, Polonia, ed altri piccoli paesi come residuali nazionalismi rispetto al 'grande progetto'.
Non avevamo messo in conto che il capitale, come gli sciocchi, non si stanca mai di tessere la sua tela, sempre uguale e sempre diversa.
E alla caduta del Muro, sopraffatti dal senso di sconfitta, non abbiamo saputo strutturare una vera critica politica all'Europa nonostante si accumulassero campanelli d'allarme. La crisi Jugoslava fu il primo, e che campanello, dove la verginità di questa nuova Europa, continente finalmente unito che si voleva nato dalle macerie delle guerre precedenti si cimentava con la storia per la prima volta.

Assistemmo ad un esercizio sopraffino di crudeltà mentale, quella che normalmente esercitano i vincitori meno avveduti e più rancorosi. Si passò dallo sponsorizzare, finanziandola, qualsiasi propensione alla guerra civile, al tollerare nazionalismi criminali condannandone altri, a legittimare qualsiasi frammentazione territoriale, ai bombardamenti di televisioni e ambasciate di paesi neutrali. Noi ne fummo colpiti, ci opponemmo, ma nulla delle nostre riflessioni sull'Europa tenne conto di quei fatti, quasi ci fossimo abituati al fatto che la democrazia non è perfetta e che le manganellate ne fanno parte organica. Quasi che la caduta del Muro dovesse necessariamente portare aggiustamenti traumatici su cui poco si poteva incidere. Questa Europa nasceva con le mani sporche di sangue, e vale la pena ricordarsene bene quando pensiamo, vent'anni dopo, all'Ucraina di oggi in cui tra colpo di stato, guerra civile e nazismo, vediamo all'opera gli stessi identici valori di allora, e gli stessi soggetti. Non è così più un incidente, ma una prassi consolidata, quel vergognoso voto di astensione all'ONU a novembre, voto tramite il quale tutto questo continente si chiamava fuori rispetto ad una risoluzione volta a condannare l'esaltazione del nazifascismo. Non che si voglia fare sfoggio di materialismo storico, e malamente magari, ma la questione politica e quella economica si tengono, anche in Europa, dove la Tatcher ha condannato alla fame milioni di minatori e operai mentre nei Paesi Baltici (d'Europa) esistono ministri della salute che proclamano l'insostenibilità economica dell'assistenza sanitaria e sociale agli anziani proponendone la soppressione.

Dove e quando questi fatti sono stati sottoposti da noi a valutazioni che possano avere la caratteristica della consequenzialità? D'altro canto se ci manca la forza per affrontare la chiusura della Stefana e la messa in cassa integrazione di 700 operai, come affrontare decorosamente il decorso politico lituano?
Ma, riflettendoci bene, questa irraggiungibilità della questione europea è una cifra fondamentale della stessa.. Senza definirne un altra, anzi evitando accuratamente di farlo, il mercato unico ha sottratto la dimensione nazionale della rivendicazione sociale, dimensione fondamentale per strutturare una lotta, e già si procede verso un ulteriore allargamento di questo mercato, tramite il TTIP, verso l'America. La Costituzioni, quando non vengono direttamente bypassate, vengono modificate per renderle compatibili con l'irraggiungibilità della politica europea.
Queste mutazioni della collocazione aziendale che la proiettano nell'atmosfera zero di un mercato internazionale, incidono ancor più che quelle aziendali interne rispetto al modello di produzione.
A noi resterebbe solo da dissertare sul guscio vuoto delle dichiarazioni di principio, vuoi l'Europa unita o quella del 1943, sei internazionalista di sinistra o nazionalista di destra, sei realista o massimalista, sei omofobico o vegetariano, mentre le politiche economiche vengono decise altrove facendo, sicuramente, nei significati, dei lavoratori la stessa carne da macello che di loro fecero i due conflitti mondiali. Come Spartaco Puttini ebbe a considerare, la sottrazione dell'orizzonte nazionale proprio delle rivendicazioni di classe, ed il conseguente azzeramento di queste rivendicazioni, è anche alla base della vittoria delle destre che della questione nazionale fanno bandiera da sempre, lasciandoci per di più l'erronea percezione che se mantieni una visione nazionale sei di destra.

Ai comunisti spetta avere la visione e prospettare un contesto in cui le lotte abbiamo un senso, possano incidere sulle condizioni reali e certifichino, tra l'altro, della reale esistenza di una democrazia. Viceversa nessuna evoluzione negativa è da escludersi.
Il punto, così, non è di avere un quadro circostanziato e credibile delle conseguenze sociali del rimanere o meno nell'Europa per poter decidere il che fare. Il punto è prospettare un contesto in cui le lotte politiche possano avere un riscontro e quindi possano svilupparsi incidendo sul futuro, ovvero prospettare uno scenario politico in cui il che fare sia un interrogativo che ha un senso.
Mi sembra che se a questo punto, dopo anni di ritardo, escludiamo la possibilità di dichiararci contrari alla permanenza in questo euro dal retrogusto nazionalsocialista, noi non avremo alcuna contrattualità, al punto che sarà esercizio inutile e meramente scolastico fare una qualsiasi considerazione sui rapporti di forza, forza che, così stanti le cose, non avremo mai. Questa, è vero, è una scelta di strategia che non spetta agli economisti definire, per il semplice motivo che non avremmo dovuto aspettare così tanto a pronunciarci fino al punto in cui si sono sentiti di dover intervenire gli ammonimenti dei tecnici.
Semmai ad essi spetta aiutarci in un dibattito che dovrebbe incentrarsi su due punti: uscita dall'euro come e quando, o ristrutturazione del debito se, come e quando. Ma questo è già un altro dibattito.

Lamberto Lombardi