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IL PARTITO COMUNISTA E IL MOVIMENTO SINDACALE

Scritto da Stefano Barbieri - Dir. Naz. PCd'I.

di Stefano Barbieri, Direzione Nazionale PCdI

Relazione al seminario sulla forma partito.
Ricostruire il Partito Comunista - Bologna, 24 gennaio 2015

Il dibattito sul rapporto tra sindacati e comunisti è un dibattito antico. Un dibattito che si è legittimamente riproposto molte volte nella storia del movimento comunista internazionale e che, in realtà, prescinde dal puro specifico sindacale e tocca la questione centrale della conquista delle masse come chiave della prospettiva rivoluzionaria.

Questo era il punto di partenza di Lenin nella sua polemica con l’ultrasinistrismo di allora, sulle questioni tattiche generali più importanti (dal sindacato appunto, alla questione elettorale).

La questione sindacale si collega strettamente a quella della conquista della maggioranza della classe operaia e del proletariato. Questo concetto è punto centrale del testo delle gramsciane tesi di Lione, approvate al 3° congresso del Partito Comunista d’Italia.


Cito testualmente dalle tesi 37 e 38:

“Il rapporto tra sindacati e partito è uno speciale rapporto di direzione che si realizza mediante la attività che i comunisti esplicano in seno ai sindacati. I comunisti si organizzano nei sindacati e in tutte le formazioni di massa e partecipano in prima fila alla vita di queste formazioni e alle lotte che esse conducono, sostenendovi il programma e le parole d’ordine del loro partito. Ogni tendenza a estraniarsi dalla vita delle organizzazioni, qualunque esse siano, in cui è possibile prendere contatto con le masse lavoratrici, è da combattere come pericolosa deviazione, indizi di pessimismo e sorgente di passività”.

“Il partito che rinuncia alla lotta per esercitare la sua influenza nei sindacati e per conquistarne la direzione, rinuncia di fatto alla conquista della massa operaia e alla lotta rivoluzionaria per il potere.”

Questi due passaggi rendono evidente come, appunto, la questione sindacale abbia assunto un ruolo fondamentale nella storia del Partito Comunista in questo Paese.

Proviamo a ragionarla ai giorni nostri; L’azione sindacale ha sempre un “doppio rapporto” con la politica: da un lato, incide sulla politica con le sue lotte e i loro risultati; dall’altro, ha bisogno della politica per realizzare alcuni suoi obiettivi fondamentali o per consolidare alcune sue conquiste.

Provo a sottolineare schematicamente tre aspetti fondamentali di questo rapporto.

Il primo è un aspetto che emerge solo in determinate fasi, ma che oggi è drammaticamente attuale: in fasi di crisi economica profonda e generale, la sola azione del sindacato non basta a difendere i lavoratori (si può e si deve lottare nelle singole aziende, ad es., ma se c’è solo questo si riesce solo a “limitare i danni”). C’è bisogno di una politica economica che affronti organicamente la crisi “dal punto di vista dei lavoratori”, cioè avendo come priorità la difesa della loro condizione e la salvaguardia delle loro conquiste. Questa può essere realizzata solo a partire dalle istituzioni politiche nazionali (pur senza sottovalutare la rilevanza che possono avere articolazioni come quelle regionali) e, tanto più oggi, a livello sopranazionale, europeo (e qui sorge un ulteriore problema, per la carenza, a questo livello, della stessa azione sindacale).

Secondo aspetto: la conquista di diritti universali dei lavoratori ha bisogno di leggi. Sia chiaro: queste leggi vengono conquistate grazie all’impulso delle lotte; però sono indispensabili, sia per generalizzare questi diritti a tutti i lavoratori, sia per mantenerli anche quando i rapporti di forza sono meno favorevoli ai lavoratori. In questo quadro vanno visti anche i diritti del sindacato, cioè come “proiezione” dei diritti dei lavoratori (altrimenti si riducono a forme di tutela burocratica di un’organizzazione) – e ciò si collega ad un altro aspetto del “bisogno di leggi”, cioè a leggi che regolino e tutelino in modo democratico la rappresentanza sindacale dei lavoratori.

Ma vi è un terzo aspetto, più complesso ma non meno importante: nelle fasi di maggior forza sindacale, l’azione del sindacato determina squilibri e contraddizioni nell’assetto economico-sociale esistente: ad es. in termini di redistribuzione del reddito, ma anche di “redistribuzione dei poteri” nell’impresa, o imponendo che servizi collettivi prima affidati in forme varie al mercato divengano pubblici e gratuiti

Tutto ciò, per consolidarsi, richiede una soluzione politica. Questa in teoria può anche consistere (quando ce ne siano le condizioni) in una rivoluzione anti-capitalistica. Ma, rimanendo in un ambito più limitato e “realistico”, essa consiste (e così è stato ad es. in vari momenti della “fase fordista-socialdemocratica”) in una politica economico-sociale che “ridefinisca” il funzionamento del sistema a partire dalle conquiste dei lavoratori. Se ciò non si realizza, a realizzare il “riequilibrio” ci pensa il capitale: o a partire da misure di politica economica che indeboliscano i lavoratori (è il caso della “recessione manovrata” operata dalla Banca d’Italia nel 1963 – che ebbe un effetto pesante ma di breve durata) o a partire da una brutale “ripresa del potere” in fabbrica (è il caso del 1980 a partire dalla Fiat), su cui si innestano poi politiche più generali di ristabilimento della situazione precedente.

A questo punto possiamo definire in termini meno generici la questione del “rapporto/sponda politica del sindacato”. Con questo termine ci si riferisce a quelle forze politico-istituzionali (partiti e simili) che non solo appoggiano genericamente l’azione sindacale ma che, da un lato, cercano di tradurre in leggi gli obiettivi e le conquiste sindacali che necessitano di una traduzione legislativa, dall’altro lato, sviluppano politiche economico-sociali che modificano l’assetto del sistema in senso coerente con gli obiettivi sindacali.

Lo schieramento di queste forze varia in ampiezza e in composizione. Ma, nell’Italia del dopoguerra, ha avuto per lunghi anni un elemento costante: il Partito Comunista Italiano. Sia chiaro: ciò non significa che non ci fossero contraddizioni tra PCI e sindacato (la storia di queste contraddizioni è ricca ed istruttiva – alla faccia della “cinghia di trasmissione”! – e, in tutti gli anni 70, vede il PCI spesso “a destra” del sindacato, in particolare della FLM); ma, in ultima analisi, l’azione sindacale di classe poteva contare su un PCI che la sosteneva in sede politica.

A partire dalla fine degli anni 60, si apre una lunga fase (oltre un decennio) in cui la crescita della forza sindacale porta ai livelli più alti il rapporto tra sindacato e politica. Un rapporto che è tra un sindacato fondamentalmente unitario (le divisioni ci sono, ma sono trasversali rispetto alla distinzione tra confederazioni), sorretto da una fortissima spinta di lotta dei lavoratori, e uno schieramento politico di sostegno al sindacato che, in forme e misure diverse, va al di là del PCI, estendendosi sia a forze più moderate che più radicali.

I risultati sono straordinari e resistono per molti anni , anche sotto attacco da parte dei governi, da Berlusconi a Monti e, in ultimo al governo Renzi che assesta ad essi un colpo pesantissimo , che si ispirano alle ricette liberiste.

Ne cito alcuni: i diritti dei lavoratori, sanciti nella legge 300 e in altre ad essa collegate (fino ad arrivare in tempi più recenti alla legge 626, largamente inapplicata); una serie di riforme che configuravano anche in Italia un welfare state (di cui la riforma sanitaria prova a resistere, mentre quella delle pensioni è già stata stravolta); infine, i mutamenti nel sistema di fabbrica (sintetizzabili in forme di controllo operaio-sindacale sull’organizzazione del lavoro, sulla struttura salariale ed altri aspetti della condizione di lavoro), che sono stati in larga misura (ma non totalmente!) annullati dalla controffensiva padronale degli anni seguenti.

Oggi, il rapporto tra sindacato e i comunisti (cioè tra un sindacato capace di incidere sulla politica e forze politiche che raccolgano/sviluppino le esigenze del sindacato) ha toccato il suo punto più basso – proprio quando la gravità della crisi economica richiede in modo drammatico una “risposta politica” ai problemi di difesa dei lavoratori.

Da un lato, abbiamo un movimento sindacale profondamente diviso; e non è una semplice divisione tra linee sindacali più moderate e più radicali, in quanto una parte del movimento sindacale si schiera, anche sul piano politico, con le controparti dei lavoratori, e assume la divisione sindacale come un proprio obiettivo. Resta quindi solo la CGIL – tra le grandi confederazioni – a difendere il sindacalismo di classe.

Dall’altro, le successive trasformazioni del PCI,(che hanno portato all’attuale Partito Democratico, a Rifondazione Comunista e a noi, Partito Comunista d’Italia) hanno distrutto la funzione storica del PCI di sostegno al sindacato di classe. Non a caso, si sviluppa proprio oggi l’attacco più duro alle stesse conquiste più durature degli anni 70.

Come uscire da questa situazione e provare a ricostruire il rapporto tra noi comunisti e sindacato per riprendere i punti sopraccitati delle Tesi di Lione?

Sicuramente senza scorciatoie ne teoriche ne tattiche.

Non funzionano ipotesi di una “grande CGIL” autosufficiente anche dalla politica, né tanto meno qualche improbabile ipotesi di “alternativa di sinistra” alla CGIL.

E non ci sono scorciatoie neanche dal lato della “sponda politica”. Non bastano, a costruirla, le formazioni di sinistra schierate col sindacato di classe. E’ necessaria la ricostruzione di uno schieramento politico più ampio cha abbia al suo interno un Partito comunista forte, che raccolga in modo non equivoco, sul terreno politico-istituzionale, le istanze del sindacalismo di classe, e sia in grado di farle pesare – nella prospettiva (che però non può essere solo italiana) di farle prevalere.

Tutto ciò richiede una dura battaglia e un lungo lavoro.

Si tratta, anzitutto, di costruire un tessuto unitario di quadri sindacali politicamente consapevoli ed orientati che, per esempio, su un problema come quello delle aziende in crisi, o delle delocalizzazioni industriali, muova verso la politica per soluzioni pratiche.

L’iniziativa dei comunisti dovrebbe concentrarsi su questi terreni – contribuire allo sviluppo di una “controffensiva articolata” e a costruire una CGIL attrezzata per questo.

I comunisti dovrebbero muoversi su alcuni punti qualificanti quali, ad esempio: -una ri-regolazione dei rapporti di lavoro, che ristabilisca come “tipico” il rapporto a tempo indeterminato e ri-sottoponga i rapporti “atipici” a norme legislative e controlli contrattuali che ne delimitino i casi di possibile applicazione;

-una “universalizzazione degli ammortizzatori sociali”, che ha come primo elemento una estensione “universalistica” e un rafforzamento della CIG, ma che deve arrivare poi a investire l’insieme di chi non ha lavoro – che si chiami “salario sociale” o “sussidio di disoccupazione” non ha importanza – con un reddito adeguato per sopravvivere (senza con questo assegnare a questo obiettivo la “centralità strategica” che gli attribuiscono i “post- moderni”).

-il ripristino del testo unico sulla sicurezza nel lavoro

Una misura che sta “a cavallo” tra politiche economiche e sociali (e a cavallo tra legislazione e contrattazione) riguarda il controllo dei processi di esternalizzazioni dell’appalto – ad es. per includerli in processi di contrattazione “di filiera” e di correlate garanzie contrattuali, e per includerli nelle forme di controllo sulla sicurezza del lavoro a partire dalla “casa-madre”.

Venendo ai temi di politica economica e industriale, è chiaro che presupposto fondamentale è un rilancio dell’intervento pubblico in economia, la cui necessità è oggi riconosciuta da più parti (tranne che forse dal PD), sia in termini di nazionalizzazioni (a partire dalle banche) che di politiche “attive” di orientamento dello sviluppo.

Indomma, oggi come allora, per i comunisti l’azione nei sindacati deve essere considerata come essenziale per il raggiungimento dei fini del Partito ed essa assume una particolare importanza perché consente di unificare le forze del proletariato e di tutta la classe lavoratrice sopra un terreno di lotta. Per i comunisti l’unità della classe lavoratrice, anche attraverso l’azione dei sindacati, è sempre stato quindi un obiettivo concreto e prioritario per contrastare l’azione disgregante delle ristrutturazioni capitalistiche dovute a due fattori distinti e collegati: le necessità di “razionalizzazione” intime all’estensione del mercato capitalistico e il tentativo di indebolimento e atomizzazione della classe dei salariati per indebolirne le sue potenzialità di resistenza e, in prospettiva, rivoluzionarie.

Nel nostro lavoro di ricostruizione di un partito comunista nel Terzo millennio, credo che dobbiamo ancora ripartire da li.
- See more at: http://www.marx21.it/italia/sindacato-e-lavoro/25208-il-partito-comunista-e-il-movimento-sindacale.html#sthash.WvEwFXdY.QrS0o1Dt.dpufdi Stefano Barbieri, Direzione Nazionale PCdI

 

Relazione al seminario sulla forma partito.

Ricostruire il Partito Comunista - Bologna, 24 gennaio 2015

 

Il dibattito sul rapporto tra sindacati e comunisti è un dibattito antico. Un dibattito che si è legittimamente riproposto molte volte nella storia del movimento comunista internazionale e che, in realtà, prescinde dal puro specifico sindacale e tocca la questione centrale della conquista delle masse come chiave della prospettiva rivoluzionaria.

 

Questo era il punto di partenza di Lenin nella sua polemica con l’ultrasinistrismo di allora, sulle questioni tattiche generali più importanti (dal sindacato appunto, alla questione elettorale).

 

La questione sindacale si collega strettamente a quella della conquista della maggioranza della classe operaia e del proletariato. Questo concetto è punto centrale del testo delle gramsciane tesi di Lione, approvate al 3° congresso del Partito Comunista d’Italia.

 

 

Cito testualmente dalle tesi 37 e 38:

 

“Il rapporto tra sindacati e partito è uno speciale rapporto di direzione che si realizza mediante la attività che i comunisti esplicano in seno ai sindacati. I comunisti si organizzano nei sindacati e in tutte le formazioni di massa e partecipano in prima fila alla vita di queste formazioni e alle lotte che esse conducono, sostenendovi il programma e le parole d’ordine del loro partito. Ogni tendenza a estraniarsi dalla vita delle organizzazioni, qualunque esse siano, in cui è possibile prendere contatto con le masse lavoratrici, è da combattere come pericolosa deviazione, indizi di pessimismo e sorgente di passività”.

 

“Il partito che rinuncia alla lotta per esercitare la sua influenza nei sindacati e per conquistarne la direzione, rinuncia di fatto alla conquista della massa operaia e alla lotta rivoluzionaria per il potere.”

 

Questi due passaggi rendono evidente come, appunto, la questione sindacale abbia assunto un ruolo fondamentale nella storia del Partito Comunista in questo Paese.

 

Proviamo a ragionarla ai giorni nostri; L’azione sindacale ha sempre un “doppio rapporto” con la politica: da un lato, incide sulla politica con le sue lotte e i loro risultati; dall’altro, ha bisogno della politica per realizzare alcuni suoi obiettivi fondamentali o per consolidare alcune sue conquiste.

 

Provo a sottolineare schematicamente tre aspetti fondamentali di questo rapporto.

 

Il primo è un aspetto che emerge solo in determinate fasi, ma che oggi è drammaticamente attuale: in fasi di crisi economica profonda e generale, la sola azione del sindacato non basta a difendere i lavoratori (si può e si deve lottare nelle singole aziende, ad es., ma se c’è solo questo si riesce solo a “limitare i danni”). C’è bisogno di una politica economica che affronti organicamente la crisi “dal punto di vista dei lavoratori”, cioè avendo come priorità la difesa della loro condizione e la salvaguardia delle loro conquiste. Questa può essere realizzata solo a partire dalle istituzioni politiche nazionali (pur senza sottovalutare la rilevanza che possono avere articolazioni come quelle regionali) e, tanto più oggi, a livello sopranazionale, europeo (e qui sorge un ulteriore problema, per la carenza, a questo livello, della stessa azione sindacale).

 

Secondo aspetto: la conquista di diritti universali dei lavoratori ha bisogno di leggi. Sia chiaro: queste leggi vengono conquistate grazie all’impulso delle lotte; però sono indispensabili, sia per generalizzare questi diritti a tutti i lavoratori, sia per mantenerli anche quando i rapporti di forza sono meno favorevoli ai lavoratori. In questo quadro vanno visti anche i diritti del sindacato, cioè come “proiezione” dei diritti dei lavoratori (altrimenti si riducono a forme di tutela burocratica di un’organizzazione) – e ciò si collega ad un altro aspetto del “bisogno di leggi”, cioè a leggi che regolino e tutelino in modo democratico la rappresentanza sindacale dei lavoratori.

 

Ma vi è un terzo aspetto, più complesso ma non meno importante: nelle fasi di maggior forza sindacale, l’azione del sindacato determina squilibri e contraddizioni nell’assetto economico-sociale esistente: ad es. in termini di redistribuzione del reddito, ma anche di “redistribuzione dei poteri” nell’impresa, o imponendo che servizi collettivi prima affidati in forme varie al mercato divengano pubblici e gratuiti

 

Tutto ciò, per consolidarsi, richiede una soluzione politica. Questa in teoria può anche consistere (quando ce ne siano le condizioni) in una rivoluzione anti-capitalistica. Ma, rimanendo in un ambito più limitato e “realistico”, essa consiste (e così è stato ad es. in vari momenti della “fase fordista-socialdemocratica”) in una politica economico-sociale che “ridefinisca” il funzionamento del sistema a partire dalle conquiste dei lavoratori. Se ciò non si realizza, a realizzare il “riequilibrio” ci pensa il capitale: o a partire da misure di politica economica che indeboliscano i lavoratori (è il caso della “recessione manovrata” operata dalla Banca d’Italia nel 1963 – che ebbe un effetto pesante ma di breve durata) o a partire da una brutale “ripresa del potere” in fabbrica (è il caso del 1980 a partire dalla Fiat), su cui si innestano poi politiche più generali di ristabilimento della situazione precedente.

 

A questo punto possiamo definire in termini meno generici la questione del “rapporto/sponda politica del sindacato”. Con questo termine ci si riferisce a quelle forze politico-istituzionali (partiti e simili) che non solo appoggiano genericamente l’azione sindacale ma che, da un lato, cercano di tradurre in leggi gli obiettivi e le conquiste sindacali che necessitano di una traduzione legislativa, dall’altro lato, sviluppano politiche economico-sociali che modificano l’assetto del sistema in senso coerente con gli obiettivi sindacali.

 

Lo schieramento di queste forze varia in ampiezza e in composizione. Ma, nell’Italia del dopoguerra, ha avuto per lunghi anni un elemento costante: il Partito Comunista Italiano. Sia chiaro: ciò non significa che non ci fossero contraddizioni tra PCI e sindacato (la storia di queste contraddizioni è ricca ed istruttiva – alla faccia della “cinghia di trasmissione”! – e, in tutti gli anni 70, vede il PCI spesso “a destra” del sindacato, in particolare della FLM); ma, in ultima analisi, l’azione sindacale di classe poteva contare su un PCI che la sosteneva in sede politica.

 

A partire dalla fine degli anni 60, si apre una lunga fase (oltre un decennio) in cui la crescita della forza sindacale porta ai livelli più alti il rapporto tra sindacato e politica. Un rapporto che è tra un sindacato fondamentalmente unitario (le divisioni ci sono, ma sono trasversali rispetto alla distinzione tra confederazioni), sorretto da una fortissima spinta di lotta dei lavoratori, e uno schieramento politico di sostegno al sindacato che, in forme e misure diverse, va al di là del PCI, estendendosi sia a forze più moderate che più radicali.

 

I risultati sono straordinari e resistono per molti anni , anche sotto attacco da parte dei governi, da Berlusconi a Monti e, in ultimo al governo Renzi che assesta ad essi un colpo pesantissimo , che si ispirano alle ricette liberiste.

 

Ne cito alcuni: i diritti dei lavoratori, sanciti nella legge 300 e in altre ad essa collegate (fino ad arrivare in tempi più recenti alla legge 626, largamente inapplicata); una serie di riforme che configuravano anche in Italia un welfare state (di cui la riforma sanitaria prova a resistere, mentre quella delle pensioni è già stata stravolta); infine, i mutamenti nel sistema di fabbrica (sintetizzabili in forme di controllo operaio-sindacale sull’organizzazione del lavoro, sulla struttura salariale ed altri aspetti della condizione di lavoro), che sono stati in larga misura (ma non totalmente!) annullati dalla controffensiva padronale degli anni seguenti.

 

Oggi, il rapporto tra sindacato e i comunisti (cioè tra un sindacato capace di incidere sulla politica e forze politiche che raccolgano/sviluppino le esigenze del sindacato) ha toccato il suo punto più basso – proprio quando la gravità della crisi economica richiede in modo drammatico una “risposta politica” ai problemi di difesa dei lavoratori.

 

Da un lato, abbiamo un movimento sindacale profondamente diviso; e non è una semplice divisione tra linee sindacali più moderate e più radicali, in quanto una parte del movimento sindacale si schiera, anche sul piano politico, con le controparti dei lavoratori, e assume la divisione sindacale come un proprio obiettivo. Resta quindi solo la CGIL – tra le grandi confederazioni – a difendere il sindacalismo di classe.

 

Dall’altro, le successive trasformazioni del PCI,(che hanno portato all’attuale Partito Democratico, a Rifondazione Comunista e a noi, Partito Comunista d’Italia) hanno distrutto la funzione storica del PCI di sostegno al sindacato di classe. Non a caso, si sviluppa proprio oggi l’attacco più duro alle stesse conquiste più durature degli anni 70.

 

Come uscire da questa situazione e provare a ricostruire il rapporto tra noi comunisti e sindacato per riprendere i punti sopraccitati delle Tesi di Lione?

 

Sicuramente senza scorciatoie ne teoriche ne tattiche.

 

Non funzionano ipotesi di una “grande CGIL” autosufficiente anche dalla politica, né tanto meno qualche improbabile ipotesi di “alternativa di sinistra” alla CGIL.

 

E non ci sono scorciatoie neanche dal lato della “sponda politica”. Non bastano, a costruirla, le formazioni di sinistra schierate col sindacato di classe. E’ necessaria la ricostruzione di uno schieramento politico più ampio cha abbia al suo interno un Partito comunista forte, che raccolga in modo non equivoco, sul terreno politico-istituzionale, le istanze del sindacalismo di classe, e sia in grado di farle pesare – nella prospettiva (che però non può essere solo italiana) di farle prevalere.

 

Tutto ciò richiede una dura battaglia e un lungo lavoro.

 

Si tratta, anzitutto, di costruire un tessuto unitario di quadri sindacali politicamente consapevoli ed orientati che, per esempio, su un problema come quello delle aziende in crisi, o delle delocalizzazioni industriali, muova verso la politica per soluzioni pratiche.

 

 L’iniziativa dei comunisti dovrebbe concentrarsi su questi terreni – contribuire allo sviluppo di una “controffensiva articolata” e a costruire una CGIL attrezzata per questo.

 

I comunisti dovrebbero muoversi su alcuni punti qualificanti quali, ad esempio: -una ri-regolazione dei rapporti di lavoro, che ristabilisca come “tipico” il rapporto a tempo indeterminato e ri-sottoponga i rapporti “atipici” a norme legislative e controlli contrattuali che ne delimitino i casi di possibile applicazione;

 

-una “universalizzazione degli ammortizzatori sociali”, che ha come primo elemento una estensione “universalistica” e un rafforzamento della CIG, ma che deve arrivare poi a investire l’insieme di chi non ha lavoro – che si chiami “salario sociale” o “sussidio di disoccupazione” non ha importanza – con un reddito adeguato per sopravvivere (senza con questo assegnare a questo obiettivo la “centralità strategica” che gli attribuiscono i “post- moderni”).

 

-il ripristino del testo unico sulla sicurezza nel lavoro

 

Una misura che sta “a cavallo” tra politiche economiche e sociali (e a cavallo tra legislazione e contrattazione) riguarda il controllo dei processi di esternalizzazioni dell’appalto – ad es. per includerli in processi di contrattazione “di filiera” e di correlate garanzie contrattuali, e per includerli nelle forme di controllo sulla sicurezza del lavoro a partire dalla “casa-madre”.

 

 Venendo ai temi di politica economica e industriale, è chiaro che presupposto fondamentale è un rilancio dell’intervento pubblico in economia, la cui necessità è oggi riconosciuta da più parti (tranne che forse dal PD), sia in termini di nazionalizzazioni (a partire dalle banche) che di politiche “attive” di orientamento dello sviluppo.

 

Indomma, oggi come allora, per i comunisti l’azione nei sindacati deve essere considerata come essenziale per il raggiungimento dei fini del Partito ed essa assume una particolare importanza perché consente di unificare le forze del proletariato e di tutta la classe lavoratrice sopra un terreno di lotta.  Per i comunisti l’unità della classe lavoratrice, anche attraverso l’azione dei sindacati, è sempre stato quindi un obiettivo concreto e prioritario per contrastare l’azione disgregante delle ristrutturazioni capitalistiche dovute a due fattori distinti e collegati: le necessità di “razionalizzazione” intime all’estensione del mercato capitalistico e il tentativo di indebolimento e atomizzazione della classe dei salariati per indebolirne le sue potenzialità di resistenza e, in prospettiva, rivoluzionarie.

 

Nel nostro lavoro di ricostruizione di un partito comunista nel Terzo millennio, credo che dobbiamo ancora ripartire da li.

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