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Il Partito e la duplice lotta di liberazione

Scritto da Diego Angelo Bertozzi - Segreteria Provinciale PCdI Brescia.

Il partito? Uno strumento vecchio, troppo Novecentesco, inutile, deleterio, poco trasparente, anti-democratico, fonte di corruzione. Da decenni – con sistematicità dall’inizio degli anni ’90 - ci raccontano tutto questo. Certo, le occasioni per dare ragione a simili accuse non sono mancate e non mancheranno, ma l’attacco allo strumento partito - che in Italia nel suo ruolo di “palestra della democrazia” ha permesso alle classi subalterne di liberarsi dall’egemonia liberale (la politica come esclusivo patrimonio del notabilato borghese) e successivamente di pensarsi come possibile classe dirigente - è parte integrante del grandioso piano di de-emancipazione politica oggi in atto che ha portato alla sostanziale fine della fase repubblicana post bellica. Proprio così: senza la presenza, politica e culturale, dei partiti di massa il nostro Paese non avrebbe goduto degli sviluppi democratici - certo contraddittori e segnati anche da tentativi di sabotaggio - seguiti alla caduta del fascismo.

 

Per valutare appieno tutta l’attualità di questo strumento dobbiamo ormai guardare altrove, là dove popoli interi stanno uscendo da una secolare subalternità - frutto di una intensa e sanguinosa parentesi coloniale e imperialista - per imporre la propria presenza sul palcoscenico internazionale; là dove l'azione di governo spezza equilibri secolari di dominio di classe per garantire partecipazione politica e giustizia sociale a masse di lavoratori tradizionalmente ridotti a condizione servile. Si deve guardare, ad esempio, alla Cina popolare ormai impostasi come seconda potenza economica del Mondo e impegnata con successo da decenni nella lotta contro la povertà per garantire a 1 miliardo e trecento milioni di persone il diritto alla vita. Un successo, ad oggi, che vede come protagonista indiscusso il Partito comunista cinese, capace di dirigere tanto la lotta di liberazione nazionale dal dominio coloniale (diretto e indiretto) prima, quanto la lunga fase di ricostruzione e sviluppo economico poi, indispensabile per il mantenimento della propria sovranità nazionale.

Ebbene proprio in Cina il Partito comunista cinese continua a mostrare tutta la propria vitalità e a mantenere un indubbio consenso, pur essendo impegnato in un percorso di rinnovamento dei propri quadri dirigenti in nome della “qualità”. Secondo un recente sondaggio ben il 60% degli universitari di Pechino - stiamo quindi parlando della potenziale prossima élite dirigente - ha espresso l’intenzione di entrare nei ranghi del Partito che fu di Mao. Certo, alla base c’è anche la speranza di potersi garantire un carriera nel settore pubblico, ma emerge con forza l’approvazione nei confronti delle politiche e della “filosofia” di azione del partito. Così come l’orgoglio di poter far parte in prima persona di un processo che sta portando l’intero Paese ai fasti di un tempo.

Non c’è, ovviamente, solo la Cina.

Basti pensare al ruolo svolto dai partiti di massa a difesa dell'esperienza socialista venezuelana, in momento cruciali di mobilitazione e informazione di fronte ai tentativi di sovversione; così all'azione in appoggio del governo integrazionista e progressista brasiliano, duramente osteggiato dalla parte più ricca (e bianca) della società, abituata ad imporre la propria egemonia anche sotto protezione coloniale, e che ricorre non a caso alla retorica della “società civile” in opposizione ad una politica allevatrice di scandali e corruzione. Come se nei precedenti governi – più allineati ad una chiara politica di classe – la corruzione brillasse per assenza!

E tra i manifestanti sono apparsi cartelli favorevoli all'intervento dei militari e altri che chiedevano la fine dell'allineamento del governo di Dilma Roussef con le “dittature” comuniste di Cuba e Venezuela. Non è certo un caso che proprio quest'ultimo punto fosse oggetto di un editoriale del New York Times che chiedeva al governo brasiliano, una riallineamento della politica estera in senso meno anti-statunitense. L'intenzione degli oppositori e dei loro sponsor internazionali è chiara: alla fine dell'esperienza progressista del governo del Partito dei lavoratori e alla lotta interna contro povertà e diseguaglianze – quindi al ritorno al potere della vecchia élite liberale – devono seguire anche la rottura di un fronte comune volto a liberale l'America Latina dal peso della Dottrina Monroe e la fine dell'allineamento politico-economico con potenze emergenti come Cina e Russia. Il ritorno delle vecchie classi dirigenti, con i loro partiti ridotti a comitati d'affari, spezzerebbe, quindi, l'esperienza di emancipazione, sia delle classi popolari che del Paese intero sul piano internazionale, avviata dai governi di Venezuela e Brasile.

Quando questi processi di duplice liberazione – sia interna che internazionale – sono in pieno svolgimento, è proprio il partito a rivelarsi strumento indispensabile di mobilitazione delle classi popolari– avanguardia militante a difesa delle conquiste ottenute – e di costruzione di una coscienza critica. È il ritorno sulla scena internazionale di quella “palestra della democrazia” che in Italia abbiamo conosciuto per gran parte del Novecento e che ha contribuito a spezzare il dominio di una classe dirigente tenacemente anti-popolare, formando e istruendo generazioni di lavoratori. La distruzione di questo strumento, come pure la sua riduzione a specchio confermativo dell'azione taumaturgica dell'uomo solo al comando - si rivela fondamentale per ogni progetto di restaurazione neo-liberale (o liberal-autoritaria), per il ritorno alla vecchia catena di comando, alla delega assoluta senza partecipazione e alla subalternità politica e culturale delle classi popolari.

È il carissimo prezzo pagato per la “liberazione” dalla “partitocrazia”.

 

 

Diego Angelo Bertozzi
(segreteria PcdI Brescia)