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FARE ANCORA A PUGNI COL NOVECENTO?

Scritto da PCI Fed. Brescia. Postato in NEWS

Di Lamberto Lombardi, Segretario Provinciale PCI Brescia - Comitato Centrale PCI

 

Quest’ultimo esito elettorale è stato festosamente accompagnato, come tutti gli altri degli ultimi vent’anni, dalle considerazioni della quasi totalità della carta stampata in merito alla fine del Novecento, dei partiti, delle appartenenze, della sinistra, della prima o seconda Repubblica.

E gli elementi a sostegno di queste tesi, in verità, sembrerebbero tanti anche se crediamo che, piuttosto, siano giunti al capolinea gli effetti del trascinamento esercitato passivamente dai simboli di quel passato, siano essi politici , sindacali o cultural – politici come l’antifascismo.

Un dato va considerato fondamentale e in controtendenza: questo voto, così come quello referendario ultimo scorso, è voto di classe, senza che di essa noi, nella nostra modestia, si sia ancora in grado di dare una definizione esatta e aggiornata. Ma ci risulta impossibile un’analisi diversa di fronte ad una espressione elettorale di professionisti, operai, studenti, disoccupati, insegnanti, piccoli commercianti che hanno fatto chiaramente intendere di averne piene le tasche del governo e dei governi che lo hanno preceduto.
 

Certo protestare e votare contro non è ancora sapere dove altro andare, così come non lo è limitarsi ad esprimere i propri bisogni immediati per un reddito purchessia o credendo che la soluzione sia eliminare gli immigrati, ma oggi è già un passo avanti non far finta di credere che tutto vada bene e arrivare a buttare la sbobba dalla finestra. Magari con la percezione profonda che in tutta questa crisi c’è e c’è stato qualcuno che ci ha comunque molto guadagnato sulle difficoltà della gente e che ancora ci marcia magari stracciandosi le vesti per continuare a speculare.

Ecco che ci torna alla mente con nitidezza che la prima delle fini celebrate dai nostri ‘abituée della fine’ fu proprio quella della classe operaia, prima ad opera di coloro che da sempre l’avrebbero volentieri scopata sotto il tappeto con tutto il Novecento e poi ad opera di quelli che disperatamente cercavano una spiegazione e una via d’uscita alternativa a quelle che si ritenevano sconfitte irrimediabili, certo dettate, figuriamoci, dalla violenza intrinseca al comunismo, dalle corrotte partitocrazie e dai limiti di quella stessa classe che le aveva sostenute.

Questa fase, spesso grottesca, di doverosa ricerca e negazione ha contribuito a produrre quegli esiti culturali inguardabili di commistione tra destra e sinistra alleate, di fatto, nel rigettare un secolo intero reclamando però chi la democrazia chi la rivoluzione ma come portato non collettivo ma individuale o, peggio, individualistico. Per cui la democrazia diviene la Casa delle Libertà e la rivoluzione un gesto narcisistico.

L’impressione è che questo dato per cui la classe si ripresenta alla politica non sia solo un semplice dato in controtendenza ma qualcosa che stride con quei poco felici assunti dell’ultimo periodo, qualcosa che segni la fine di quel fare a pugni con la Storia .

 E’ come se nel profondo mare del sentire popolare si percepissero come ferite reali quelle storie incredibili ma vere di nazisti che governano l’Ucraina, di mercati di schiavi in Libia, di permanente stato di guerra, di un passato vergognoso che ritorna. E che tutto questo si accompagni in qualche modo allo sfruttamento del lavoro che è ripreso in grande stile con l’abolizione dell’art.18 , con la legge Fornero, con una precarietà  di massa che si  vorrebbe e potrebbe essere il preludio alla subalternità politica .

Lo stesso dato dell’affluenza al voto, tornata a crescere, dovrebbe essere letto come una rinnovata richiesta alle istituzioni, richiesta di tutela da parte di chi oggi si sente davvero solo, mero numero di fronte al Mercato e al privato. Più Stato, dunque.

 E il Novecento che sembrava dover finire a tutti i costi sotto i colpi del nuovo, dei nuovi soggetti, dell’individuo prima perennemente incompreso e d’ora in poi finalmente libero si ripresenta invece con il suo carico di modernità insopprimibile.

Perché cosa è stata la democrazia europea del dopoguerra, se non quello spazio aperto a tutti di agibilità politica consentito dall’equilibrio tra poteri forti e una classe operaia fortemente organizzata ed articolata in precise strutture sociali e geopolitiche? L’esito odierno di crisi sociale riconosce dunque una origine precisa nell’assenza di quell’equilibrio e di quella organizzazione.

Ci spetta un lavoro attento e complesso nel tradurre ad oggi questi semplici elementi, nel ricostruire un orizzonte e un pensiero autonomo per trasformare la rivolta in germe di società nuova, in una pratica precisa. Come l’antifascismo, ad esempio, che nasce sul posto di lavoro come pratica collettiva contro i soprusi innumerevoli e quotidiani e senza di essa rimane mero esercizio etico.

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