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Con Mimmo e gli operai FCA

Scritto da PCI Fed. Brescia. Postato in NEWS

Lunedi' sera Mimmo de Stradis dell'FCA di Melfi, in collegamento telefonico con l'iniziativa sul futuro dell'Iveco a Brescia, ci ha raccontato delle dure lotte dei lavoratori contro il piano Marchionne. Oggi Mimmo Mignano, uno dei cinque operai, attivisti sindacali, licenziati dalla Fca con il pretesto di avere inscenato il funerale di Marchionne davanti alla fabbrica, si è incatenato davanti alla casa del neo-ministro del lavoro Luigi di Maio dopo che la Cassazione ha ribaltato il verdetto precedente che ne chiedeva il reintegro (mai avvenuto) e ha sentenziato la legittimità del licenziamento.

Mimmo si è cosparso di benzina e ha minacciato di darsi fuoco per protesta contro l'assenza dello Stato e del Governo. In serata Di Maio ha fatto sapere che "lo Stato c'è" e che si occuperà di Mimmo e dei suoi colleghi: non basta stare a vedere, dobbiamo stargli col fiato sul collo!

Mimmo non mollare!

A lui e a tutti gli operai dell'FCA la nostra solidarietà e il nostro appoggio politico, per quanto poco valga.

La Federazione bresciana del Partito Comunista Italiano.

edit: riflessione del giovane compagno SDV alias "L'Arrampicatore Asociale"

NON SONO D'ACCORDO CON QUELLO CHE DICI, MA DAREI LA VITA PERCHE' TU POSSA DIRLO. A MENO CHE NON SIA UNA CRITICA AL TUO CEO, PERO'.

Dalla citazione che ispira questo titolo, falsamente attribuita a Voltaire in una sua biografia del 1906, si evince il grado di disfacimento e sottile ipocrisia cui sono giunte le vecchie democrazie liberali dell’Occidente, la cui ossatura costituzionale è ormai piegata all’interesse supremo dei mercati.

Non sono ancora state depositate le motivazioni della sentenza, ma lascia decisamente l’amaro in bocca il fatto che la Corte di Cassazione abbia oggi confermato il licenziamento di 5 operai dello stabilimento Fiat di Pomigliano D’arco, colpevoli di aver inscenato nel 2014 il funerale di Sergio Marchionne, CEO di FCA automobiles.

Pare che il “travalicamento dei limiti della dialettica sindacale” abbia irrimediabilmente compromesso il rapporto di fiducia con il datore di lavoro, legittimando il licenziamento per giusta causa

La narrazione giornalistica, tralascia però due aspetti di fondamentale importanza:

  • i lavoratori in questione non hanno fatto ciò di cui sopra per il mero gusto della provocazione. Al contrario, era loro intenzione denunciare un clima pesante che nel 2014 aleggiava a Pomigliano d’Arco, dove, complici le scelte spregiudicate di FCA in un territorio industrialmente desertificato, non mancavano casi di suicidi tra i lavoratori.
  • Sergio Marchionne, protagonista del “macabro spettacolo” (per usare i termini della Cassazione) non è certo il titolare del rapporto di lavoro con alcuno dei licenziati, nè è un loro superiore diretto. Con ogni probabilità, i 5 sventurati lo hanno visto al massimo un paio di volte. Egli è invece una sorta di eminenza grigia, un deus ex machina  le cui direttive hanno impatto su una molteplicità di ragioni sociali in giro per il mondo, e che ha il potere di condizionare pesantemente le scelte dei veri datori di lavoro, quali ad esempio i direttori di stabilimento e top manager locali. Questo significa che le decisioni di Marchionne hanno ben poco di operativo e per contro molto di strategico e politico, che non è certo lui ad attribuire i compiti ai singoli operai, e che per questo motivo non è meritorio di alcun rapporto di fiducia.

Ed ecco che posta con queste due fondamentali premesse la vicenda assume sfumature decisamente diverse da come si tenderebbe a pensare, arrivando a costituire un precedente importante (e vergognoso) non solo per quanto concerne il diritto del lavoro, ma anche il diritto di critica, essenza stessa della democrazia.

In definitiva, da oggi abbiamo la conferma che in questo Paese ci si ricorda di  quanto sono belli il liberalismo e il diritto di parola solo se di mezzo non ci sono i soldi.