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RESISTENZA E FORMA PARTITO

Scritto da Lamberto Lombardi - Segretario Provinciale PCdI Brescia.

A chi si riproponga di affrontare  la pratica politica facendosi  carico di dare un’efficacia al proprio agire, agire che per  le questioni collettive  deve essere collettivo, il problema  immediatamente successivo, o meglio, contestuale all'aver definito una linea politica diviene la forma organizzativa di cui dotarsi.

Problema questo che, oggi, dovrebbe essere sentito tanto più urgentemente quanto più bassa è la rappresentatività delle forze in parlamento, compagini votate ormai da non più di un elettore su due, a indicare una bassa o nulla capacità di mobilitazione.

Sembra ormai ovvio a molti individuare alla base dei problemi politici che ci angustiano proprio la carenza di democrazia, di partecipazione e queste, a loro volta, nella carenza di ipotesi e linee di pensiero differenti. Lontani, tra l'altro, da ciò che prescrive il nostro dettato costituzionale, la via maestra democratica non solo non viene rispettata ma intralciata e disattesa, visto che oggi la discussione e il confronto sono intesi come un inciampo da eliminare indirizzando gli sforzi del cosiddetto riformismo verso una esaltazione del fare senza pensare. Alzi la mano, per esempio, chi ha capito per quale motivo sono stati cambiati Monti con Letta e quest'ultimo con Renzi. Si tratta di logiche che attengono più all'ingegneria istituzionale che alla politica, più a dinamiche di corte che ad una democrazia.

 

Come si possa essere in grado di opporsi alle oligarchie, alle élites  economiche e giornalistiche che sponsorizzano questa visione del mondo è esattamente il problema da risolvere.

Perché in venticinque anni di sbornia maggioritaria, di foia riformista, noi fedeli alle ricette antipartito divenute mantra da destra a sinistra,  per trovare forme alternative di organizzazione le abbiamo provate tutte, dai movimenti alle associazioni, dalle liste personali alle primarie, dalle consultazioni sulla rete alle aggregazioni multicolori ai comitati. Tutto dura, rigorosamente, pochi mesi, ma intanto ci hanno eletti e quindi ci riproveremo con un altro nome, viva il cambiamento che lascia le cose come prima.

Questa sbornia sta forse finendo ma ci lascia un forte mal di testa. Questi venticinque anni sono passati lasciando di sé solo la percezione nitida di un deserto in cui non ricordiamo il bene di una sola linea politica lasciando il campo alle direttive economiche e sociali elaborate altrove. E la regressione culturale rende tutto più difficile.

Abbiamo in garage una fuoriserie, la forma partito, ma nessuno sa più farla funzionare e ce la caviamo scambiando le nostre automobiline a pedali con la modernità. L'individualismo ha fatto il suo lavoro e si è venuta creando una socialità sostitutiva fatta di proiezioni intimistiche, dal vegetarianismo al fotografare gattini, dall'adozione a distanza di bimbi dei paesi poveri al volontariato in croce bianca o con gli alpini, dall'essere comunisti sì ma 'dentro' al dogmatismo ideologico su facebook, dalla militanza della terapie alternative all'esegesi dei Fiori di Bach, dall'hard-punk-rock sudafricano all'estetica dello spaccare vetrine, dall'unitarismo a prescindere all'aperitivo militante. E quando alla pratica politica si sostituisce la mistica trovarsi e costruire insieme un'idea di futuro basata sull'agire presente diventa impresa quasi proibitiva, perché allora bisogna mettersi in discussione nel confronto diretto, nel mondo reale, rinunciando a decenni di certezze indisturbate. E' 'l'anarchismo da gran signori' di cui parla Losurdo, è la cultura della libertà intesa come mera espressione di un privato soddisfacente, ed è la libertà per la quale disciplina è sinonimo di stalinismo .

E' il paradosso fragoroso che si esprime nella contraddizione tra la percezione collettiva di una socialità totalmente atrofizzata e degradante, socialità di cui tutti siamo scontenti, e un privato di fatto tanto appagante da risultare irrinunciabile. La nostra collettività fa schifo ma io sto benone, mi hanno licenziato  o son disoccupato ma son contento perché scrivo poesie tanto profonde e quindi non appartengo alla classe operaia ma a quella dei poeti. Cliccate, prego, su 'mi piace'.

Ma per migliorare l'una dimensione, quella vera e pubblica, occorre mettere in discussione l'altra. L'intuizione del movimento a cinque stelle, non a caso la formazione recente più duratura, è tutta qui: costruire un'aggregazione virtuale, in cui tutti virtualmente sul web si può continuare a esibirsi onesti e rivoluzionari, per poi dare uno sbocco elettorale alle roboanti intimità dolcemente coltivate. I problemi, naturalmente, nascono dopo, nella realtà, ma intanto abbiamo avuto visibilità, gliela abbiamo fatta vedere noi e, miracolo, non siamo comunque responsabili di nulla.

La riproposizione della forma partito assume così la valenza di un atto resistenziale, è l'unica ad essere testardamente proiettata nel reale della pratica quotidiana, esattamente dove, peraltro, si compiono nei fatti i destini della politica e i nostri. E' una forma organizzativa indissolubilmente connessa col cambiamento.

Come interrompere, altrimenti, la riproduzione virale delle idee raccogliticce, la bolla speculativa dei modi aggregativi ininfluenti che si accumulano e riordinano all'infinito ma con somma zero? Come disobbedire all'imperativo incalzante 'divertiti ma non concludere nulla di serio' che i padroni del vapore fanno percolare nelle nostre menti?

Ma tutto, qui, va ricostruito a partire dai semplici rapporti personali che proprio nella pratica politica subiscono le prove più dure. Il difficile non è scegliere da che parte stare, oggi si può fare in un clic, il difficile è individuare come starci dopo che si è scelto, a che cosa rinunciare per un impegno che duri a lungo.

 

 

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